Archiviata con successo l’amichevole contro il Lussemburgo, la giovane Italia guidata da Silvio Baldini ha già iniziato la preparazione in vista della seconda sfida contro la Grecia, in programma domenica sera. Due test che stanno mettendo in mostra molti giovani di grande prospettiva, ragazzi che potrebbero rappresentare il futuro della Nazionale azzurra.
Eppure, queste partite sono state definite da molti come le “amichevoli della tristezza”. Un tempo incontri di questo genere erano attesi con entusiasmo perché rappresentavano l’antipasto di Mondiali ed Europei. Oggi, invece, alla vigilia del terzo Mondiale consecutivo senza l’Italia, il loro significato appare inevitabilmente ridimensionato. Gare che probabilmente verranno archiviate senza lasciare tracce profonde nella memoria collettiva, destinate a sopravvivere soltanto nelle statistiche consultate dagli appassionati più attenti.
Il ricordo di USA ’94
A una settimana dall’inizio del secondo Mondiale nordamericano della storia, il pensiero di molti tifosi torna inevitabilmente indietro di 32 anni, all’estate del 1994 e a quel leggendario Mondiale statunitense che ha segnato un’epoca. USA ’94 fu il primo Mondiale davvero hollywoodiano. Gli enormi stadi americani, le esibizioni delle grandi pop star prima delle partite e l’introduzione dei nomi sulle maglie contribuirono a trasformare la manifestazione in un evento globale senza precedenti.
L’Italia arrivò negli Stati Uniti dopo aver chiuso al primo posto il Gruppo 1 delle qualificazioni con 16 punti, precedendo Svizzera e Portogallo, rispettivamente seconde e terze con 15 e 14 punti. Due nazionali che saranno protagoniste anche nel Mondiale 2026, a differenza degli azzurri. Eppure, proprio in quel torneo, l’Italia scrisse una delle pagine più emozionanti della propria storia calcistica.
Come dimenticare le partite disputate sotto temperature superiori ai 40 gradi? Oppure l’espulsione di Gianluca Pagliuca contro l’Irlanda a New York, primo portiere nella storia dei Mondiali a ricevere un cartellino rosso? E ancora, l’infortunio di Franco Baresi, operato al menisco e capace di recuperare in tempo per la finale. Le prime scarpe colorate viste su un campo mondiale e soprattutto la straordinaria cavalcata della Nazionale guidata da Arrigo Sacchi.
Il simbolo di quella squadra fu Roberto Baggio. Dopo un inizio difficile, il Divin Codino trascinò gli azzurri a partire dagli ottavi contro la Nigeria, in una partita che sembrava segnare la fine dell’avventura italiana e che invece diventò l’inizio di una rimonta memorabile. L’Italia arrivò fino alla finale del Rose Bowl di Pasadena, giocata a mezzogiorno sotto un caldo soffocante e un tasso di umidità elevatissimo. Di fronte c’era uno dei Brasile più forti di sempre. Gli azzurri uscirono sconfitti soltanto ai calci di rigore, ma con l’onore di aver combattuto fino all’ultimo.
Dal sogno del 1994 al declino del calcio italiano
Da quella finale sono passati 32 anni. In mezzo ci sono stati il trionfo mondiale del 2006, la vittoria dell’Europeo nel 2021 e due finali continentali perse. Ma soprattutto ci sono state tre clamorose mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali.
Comprendere completamente le ragioni di questo declino non è semplice. Alcuni elementi, però, appaiono evidenti. Negli anni è aumentato il numero di stranieri nei campionati professionistici e i settori giovanili hanno progressivamente smesso di produrre campioni del calibro di Pagliuca, Baresi, Maldini, Roberto Baggio, Dino Baggio, Donadoni, Massaro, Zola e Casiraghi. Una generazione irripetibile che rappresentava il risultato di un sistema capace di valorizzare il talento italiano.
Negli ultimi anni si è assistito a una continua alternanza di commissari tecnici, quasi che il problema della Nazionale fosse esclusivamente in panchina. In realtà, le radici della crisi sono molto più profonde. Il problema nasce dai settori giovanili, spesso incapaci di premiare esclusivamente il merito. Nasce dalla progressiva scomparsa dei campi da calcio negli oratori, luoghi che per decenni hanno rappresentato la prima scuola del calcio italiano.
Nasce anche da un cambiamento culturale che ha allontanato molti ragazzi dal pallone, sostituendo il gioco all’aria aperta con ore trascorse davanti a schermi e console. A questo si aggiunge il mancato sviluppo di politiche strutturali a favore dei giovani, come il rafforzamento delle regole sugli Under nei campionati dilettantistici o progetti innovativi come quello proposto da Gianfranco Zola per la Serie C. Anche il sistema delle squadre B, nato per favorire la crescita dei giovani talenti, non ha ancora prodotto i risultati sperati, spesso frenato da logiche che poco hanno a che vedere con il merito sportivo.
La scommessa di Silvio Baldini
In questo contesto si inserisce la scelta di Silvio Baldini, chiamato a guidare una nuova generazione azzurra dopo il fallimento culminato con la terza mancata qualificazione mondiale. L’ex tecnico dell’Under 21 ha avuto il coraggio di rompere alcuni schemi consolidati. Nelle sue convocazioni trovano spazio non solo giovani provenienti dai principali campionati europei, ma anche calciatori che si stanno mettendo in luce in Serie B, categoria spesso ignorata negli ultimi anni dalle selezioni nazionali.
Una scelta controcorrente che punta a valorizzare il talento indipendentemente dalla categoria di appartenenza. Accanto ai giovani provenienti dalla Premier League, dalla Bundesliga e dalla Ligue 1, Baldini ha deciso di dare fiducia anche ai migliori prospetti del campionato cadetto, tracciando una strada nuova per il calcio italiano.
La speranza per il futuro
Naturalmente nessuno può sapere se questa rivoluzione porterà risultati immediati. Tuttavia, il messaggio lanciato è chiaro: per rilanciare la Nazionale serve il coraggio di scegliere in autonomia, puntando sui giovani migliori e non sulle logiche esterne che troppo spesso hanno condizionato il sistema. Se chi verrà dopo Baldini saprà proseguire su questa strada, allora forse tra quattro anni l’Italia potrà tornare a qualificarsi per un Mondiale. E magari, anche se in forme diverse, riuscirà a far rivivere ai tifosi quelle emozioni che nell’estate del 1994 fecero innamorare un’intera generazione dell’azzurro.







