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L’addio di un visionario: Pep Guardiola lascia il Man City

La notizia era nell’aria da tempo, ora è anche ufficiale. Dopo dieci anni di dominio assoluto, di calcio sublime e di trofei collezionati con la grazia di un artista e la ferocia di un conquistador, Pep Guardiola saluta il Manchester City. L’annuncio, arrivato oggi sul sito dei Citizens tra lacrime trattenute e ovazioni eterne all’Etihad, chiude un’era che ha ridefinito non solo un club, ma l’intero concetto moderno di football.

Non è un addio qualunque. È la fine di un matrimonio calcistico tra il più grande allenatore della sua generazione e una delle macchine più potenti del pianeta. Guardiola arriva a Manchester nel 2016 come un profeta del possesso, con la fama di rivoluzionario già costruita al Barcellona. In dieci stagioni consegna 20 trofei maggiori, tra cui sei Premier League (quattro senza soluzione di continuità, dal 2021 al 2024), una Champions League e il mitico Treble del 2022/23. Domenica contro l’Aston Villa giocherà, come commiato, la sua 593esima partita sulla panchina City. Ne ha vinte 423. Un bottino che lo rende, a ragione, l’allenatore più vincente nella storia del club. Una storia che non sarà mai dimenticata

Ma non sono solo i numeri a raccontare la sua grandezza. È la filosofia che ha imposto, quel “cruyffismo” evoluto in qualcosa di ancora più maniacale e totalizzante. La rivoluzione folle e totale del tiqui taca, il falso 9, le uscite palla al piede dei difensori, il controllo ossessivo degli spazi, la pressione alta organizzata come una sinfonia. Guardiola non ha semplicemente allenato il City: lo ha reinventato, trasformandolo da grande club ambizioso in una macchina da guerra estetica e spietata.

La traiettoria di un genio del pallone

La storia di Pep come allenatore è un romanzo di formazione continuo. Inizia sulla panchina del Barcellona B, dove forgia talenti e idee. Poi la prima squadra blaugrana: subentra sulla panchina più caliente d’Europa da novizio, senza esperienza e con aspettative siderali, dal 2008 al 2012 crea una delle formazioni più belle della storia del calcio, con Messi, Xavi, Iniesta e un tiki-taka che ipnotizza il mondo. Tre Champions League, due triplette, un dominio assoluto. Dopo l’esperienza al Bayern Monaco – dove perfeziona il suo gioco di posizione e conquista tutto in Bundesliga – arriva l’Inghilterra. Molti dubitavano: “La Premier è troppo fisica per il suo calcio barocco”. Lui ha risposto vincendo sei titoli di campione d’Inghilterra, stabilendo record su record (i 100 punti del 2017/18 restano un capolavoro di efficienza e bellezza). Ha domato rivali feroci, ha superato crisi, ha reinventato sé stesso ogni volta che il gioco evolveva.

La sua eredità non si misura solo in coppe. Ha formato una generazione di allenatori: da Xavi a Arteta e Luis Enrique (casualmente, finalisti in Champions), da Ljungberg a Maresca (suo probabile successore al City), fino a una schiera di collaboratori che portano il “DNA Guardiola” in mezza Europa. Ha cambiato il modo di preparare le partite, di pensare allo spogliatoio, di relazionarsi con i giocatori. Un intellettuale del pallone, capace di citare filosofia e pittura mentre spiega perché il terzino deve salire di cinque metri. Come riportato da The Athletic, la sua uscita chiude “uno dei periodi di maggior successo nella storia della Premier League”.

E come ha detto lo stesso Pep, versando il più che prevedibile effluvio di lacrime, nel suo messaggio d’addio: «What a time we have had together». Che tempo abbiamo vissuto insieme. Ma come ben si sa, nulla è eterno, tantomeno in questo calcio frenetico e dominato da logiche extrasportive. Ora si apre una fase di incertezza: Pep ha sempre dichiarato di voler chiudere la carriera da allenatore dopo l’esperienza britannica. Ma sarà davvero così? Si parla già di un anno sabbatico, poi della ricerca di nuovi stimoli, forse della nazionale azzurra (pare fantamercato puro, ma l’Italia sogna), sicuramente di un ritorno in grande stile.

Ma per il City, e per il calcio inglese, niente sarà più come prima. Perché quando se ne va un genio, lascia un vuoto che nessuna clausola rescissoria può colmare. Grazie di tutto, Pep. Per le notti europee indimenticabili, per il calcio champagne, per averci ricordato che il pallone può essere, prima di tutto, un’opera d’arte. L’Etihad ti applaudirà per sempre.

 

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