Sollievo Napoli, l’infortunio di Di Lorenzo non è così grave

Diagnosi confermata, per il capitano distorsione di media gravità, ma senza rottura. Stop di un mese e mezzo

Napoli's Cameroonian midfielder Andre Frank Zambo Anguissa celebrates after scoring a goal during the Serie A football match between SSC Napoli and Inter at the Diego Armando Maradona Stadium in Naples, on October 25, 2025.

Sospiro di sollievo avvertito in tutta Italia, come corollario della sofferta ma meritata vittoria contro la Fiorentina, per Napoli e tifosi. La sensazione di pericolo scampato è tale da far passare quasi in secondo piano lo stop di circa un mese e mezzo a cui il capitano sarà costretto.

Il calcio, si sa, a volte sa essere oltremodo crudele: lo scorso sabato il fato pareva aver apparecchiato l’ennesimo perfetto dramma sportivo: al 26′ del primo tempo Giovanni Di Lorenzo, il capitano, il totem difensivo, l’uomo da 300 partite in azzurro che ha alzato due scudetti e sopportato tempeste peggiori di una sfuriata di Conte, si è accasciato come un burattino con i fili tagliati. Contrasto aereo innocuo con Fabbian, atterraggio storto, la caviglia piantata nel manto erboso e il ginocchio sinistro che compie una torsione degna di un provino per “The Exorcist”. Rituale del dolore già visto tante volte: mani sul volto, lacrime che non si nascondono, barella in arrivo. Il pubblico ammutolito, come se qualcuno avesse spento l’audio allo stadio. L’uscita dallo stadio in stampelle, a volto oscurato, scorato dal procuratore e dalla famiglia. E poi nella mattinata di domenica la diagnosi che in pochi si aspettavano, ma su cui avevano riposto ogni speranza: trauma distorsivo di secondo grado del legamento crociato anteriore, che tradotto vuol dire: capsula legamentosa infiammata e gonfia, qualche fibra muscolare saltata, ma l’osso ha retto all’urto. Diagnosi confermata, nella mattinata di oggi, dal professor Mariani, vero e proprio guru delle ginocchia dei calciatori, che l’ha visitato a Villa Stuart (in un ambiente diametralmente opposto, molto più sereno rispetto al clima funereo di sabato) Infortunio severo, ma non gravissimo. Necessario un mese di stop con le dovute cure riabilitative, poi il graduale reinserimento in campo, a coronamento del sollievo dopo lo shock causato dalla prima impressione, ma non confermato.

Antonio Conte, a fine partita, non ha usato giri di parole riservando i consueti attacchi al calendario. Ha sfogato una rabbia che sembrava accumulata da mesi: «Sembra che si sia rotto il crociato. Questi infortuni arrivano perché si gioca troppo, perché il calendario ammazza i ragazzi e il calcio stesso». Poi l’affondo sul mercato: 240 milioni in cassa, liste bloccate, zero rinforzi nonostante le casse piene. «Sono troppo incazzato per Di Lorenzo, meglio che finisco qui», ha chiuso, lasciando i microfoni con la faccia di chi avrebbe voluto sfondarli a testate. Roba da antologia del “Conte furioso”, aggiornata al 2026. Comprendendo il sollievo da pericolo scampato, il problema resta: il Napoli colleziona il 34esimo infortunio stagionale (sì, avete letto bene: 34), una statistica che sembra uscita da un horror medico più che da un campionato di Serie A. Di Lorenzo non è un semplice terzino: è il collante, il leader silenzioso, quello che corre per tre, marca per quattro e non si arrende mai, sputando sangue e sudore come compensazione di una tecnica non cristallina. Perderlo sarà sicuramente un impaccio, non l’ultimo della sin qui travagliatissima stagione dei campioni in carica, ma per il finale di stagione potrà senz’altro tornare a contribuire ai successi della squadra, sempre con la fascia al braccio e lo sguardo fiero di chi non teme nessuno.

Oltre a Conte, in allarme anche Gattuso: non sarà facile riavere il terzino destro titolare della Nazionale già al 100% per l’incontro cruciale del 26 marzo contro la Nordirlanda, più realisticamente il campione europeo 2021 farà il tifo da casa per compagni, pregandoli di aiutarlo a disputare il primo (ma anche ultimo, data l’età non verdissima) Mondiale della carriera. Forse questa sarà la motivazione in più di cui gli Azzurri avevano bisogno, per scendere in campo compatti e determinati nel “uno per tutti, tutti per uno” che dovrebbe essere il mantra in tutti gli sport di gruppo.

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