Torino, si cambia! D’Aversa per l’operazione salvezza

Decisivi il 3-0 subito dal Genoa e la contestazione della curva. Baroni paga per tutti

Credit photo Press Office Oltre Consulting

Anche la settima panchina della serie A 2025-26 è ufficialmente cambiata. Non poteva essere altrimenti dopo la pesante contestazione che Zapata e compagni hanno subito ieri al termine dell’umiliante 3-0 contro il Genoa, sesta sconfitta nelle ultime otto gare che ha proiettato la squadra granata verso una posizione di classifica decisamente sgradita. E così, in un colpo di scena che sa più di necessità che di genio, il Torino ha salutato lo sfortunato Baroni e annunciato l’accordo con Roberto D’Aversa. Contratto fino a giugno 2026, formula da “traghettatore d’emergenza” con opzione implicita (ma non messa nero su bianco) di rinnovo in caso di salvezza, o almeno questa è la narrazione che si racconteranno a vicenda Cairo e il nuovo tecnico nelle prossime riunioni. D’Aversa, 50 anni, pescarese nato in Germania reduce da qualche mese sabbatico dopo la retrocessione con l’Empoli (togliendosi però la soddisfazione di eliminare la Juventus nei quarti di Coppa Italia), arriva con il curriculum da specialista di situazioni disperate (benchè abbastanza macchiato dalle ultime esperienze poco felici, oltre Empoli, con i due esoneri di Lecce e Sampdoria. Unica gioia veramente compiuta i quattro anni al Parma, con la doppia promozione centrata in due stagioni): sa difendere la porta, organizza catenacci dignitosi e ha quel piglio da “uomo di spogliatoio” che a Torino, in questi momenti, vale più di qualsiasi schema tattico alla moda. Sistemata la burocrazia, dirigerà il suo primo allenamento. Aiuterà il gruppo a guardarsi negli occhi, come detto ieri pomeriggio da un affranto Vlasic a favor di microfoni, e a capire come riorganizzarsi per evitare lo spettro della B.

Marco Baroni paga una stagione nata male e finita peggio. Arrivato con la fama di artefice di sorprese (Lazio corsara, Lecce miracoloso), ha consegnato un Torino irriconoscibile: squadra mal costruita, difesa colabrodo, attacco anemico, centrocampo fantasma. La dirigenza lo ha difeso a oltranza – silurando il diesse Vagnati lo scorso dicembre pur di non toccare l’allenatore – ma il ko ligure è stato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso già colmo di pareggi inutili e sconfitte prevedibili. Ennesima ironia della sorte: proprio contro la sua ex Lazio, domenica prossima al Grande Torino, Baroni non siederà più in panchina. Sarebbe stato il degno epilogo di una storia d’amore mai davvero sbocciata. D’Aversa porta con sé un 3-5-2 old school, il ritorno del figliol prodigo Sasà Sullo (già viceallenatore dei granata dal 2011 al 2016, con Ventura) come primo assistente e la speranza di far soffrire un po’ di meno i tifosi granata nelle prossime dodici giornate. Non sarà rivoluzione copernicana – il materiale umano resta quello che è – ma si proverà a dare la scossa al gruppo, tornato a Torino col morale sotto i tacchetti, a non prendere più gol a grappoli e non regalare partite agli avversari. Obiettivo minimo per rilanciarsi: quei 7-8 punti che separano il Toro dalla tranquillità, con la consapevolezza che un passo falso contro le dirette concorrenti potrebbe trasformare la salvezza in un’impresa epica. Nel frattempo, il patron Cairo incassa l’ennesima contestazione (stavolta anche a Marassi hanno urlato il suo nome), cambia per la ventitreesima volta allenatore in vent’anni di presidenza e si prepara a spiegare ai tifosi perché, ancora una volta, sceglie l’allenatore come capro espiatorio invece di programmare con lungimiranza. Ma tant’è: nel calcio italiano contemporaneo, il Torino resta il laboratorio perfetto per studiare l’arte del “si salvi chi può”.

 

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