La gente di Alicante si dice abbia la scorza dura come il torrone, la specialità della casa, ed è sempre pronta a rialzarsi e tirarsi su le maniche come nel 1938 quando la cittadina della Comunità di Valencia fu bombardata dall’Aviazione Legionaria Italiana al fianco di Francisco Franco. Proprio sulle rive del Mar Mediterraneo il 5 marzo 1964 nasce José Bordalàs, allenatore che sta portando il Getafe in Champions League; la piccola di Madrid che Pepe (come viene chiamato più comunemente) guida dal settembre 2016. Cresce in una famiglia povera con nove fratelli; da ragazzino in estate va a raccogliere angurie e meloni con lo zio a Nijar (Almerìa) per guadagnare qualche soldo e con questo lavoro si compra i suoi primi jeans. Durante il tempo libero dagli impegni di campo predilige andare al cinema perché per lui è il modo migliore per staccare la mente. La squadra è ad immagine e somiglianza del proprio tecnico con una solidità difensiva (107 gol subiti in 115 partite da quando allena gli azulones) che prende spunto dal Castello di Santa Barbara, la più grande fortezza medievale di Spagna che sovrasta Alicante e il suo golfo da 166 metri d’altezza; chissà quante volte il protagonista di questa storia lo avrà visto semplicemente alzando gli occhi. Proprio da qui parte l’avventura in panchina di Bordalàs dopo una carriera da calciatore non andata oltre la terza divisione e finita nel 1992 a 28 anni a causa di un ginocchio malandrino; un attaccante soprannominato “il romano” in riferimento al suo modo battagliero di intendere il calcio come i gladiatori nel Colosseo. Un personaggio tutto d’un pezzo con uno stile abbastanza elegante (camicia, gli inconfondibili occhiali da professore e la barba ordinata) dai modi convincenti e un esperto nella gestione del gruppo; compatta i giocatori contro un nemico comune ed è abile nel fargli capire ciò che vuole.
Anche l’utilizzo dei social passa sotto la sua lente d’ingrandimento, ha limitato il telefono nella zona di fisioterapia così come nello spogliatoio, durante il pranzo e nelle sessioni di video perché vuole che i suoi giocatori si guardino negli occhi e si parlino. La motivazione e l’intensità sono le chiavi del successo per lui; può essere arrabbiato, ferito, esigente ma anche divertente. Un aspetto che il difensore italo-argentino Cata Dìaz (recordman di presenze del club) ha raccontato così in un’intervista al The Guardian del dicembre 2017: “Ha il piede contro la gola e non molla, qualche volta ti chiedi se ti colpirà. Ogni palla con lui è una battaglia, ogni partita è come se stessi giocando per la tua vita; se non vinci è un disastro assoluto”. Controlla ogni aspetto (dieta, riposo, allenamento, tattica) e le sue sessioni sono molto pesanti; cerca di approfittare di ogni dettaglio e ciò che vuole è competere non lasciando giocare l’altra squadra. Non a caso gli azulones sono una delle squadre più cattive della Liga e quella con la più bassa percentuale di possesso palla (appena il 43 %); un Atlético Madrid in scala e perciò in Spagna Bordalàs è visto come l’erede di Simeone, colui che un giorno potrebbe prendere la guida di Griezmann e compagni. Prima di una partita molto tempo fa il tecnico fece mettere ai propri giocatori una matita tra il naso e il labbro superiore facendogli incrociare gli occhi; voleva che andassero in campo con una faccia pazza per terrorizzare gli avversari.
Dopo tanta gavetta tra Alicante e Benidorm, nel 2006 arriva l’occasione dell’Hercules, squadra nella quale è cresciuto da giocatore, in Segunda Divisiòn; il primo anno ottiene la salvezza ma nella stagione successiva viene esonerato dopo sette giornate. Una decisione che lo colpisce profondamente tanto da prendersi un anno sabbatico prima di ritornare in panchina alla guida dell‘Alcoyano in Tercera; due ottime stagioni che gli valgono il passaggio all’Elche dove fa la conoscenza di Jorge Molina, suo fedele scudiero e leggenda sia del Betis che del Getafe dove tutt’ora a quasi 37 anni fa faville in attacco; sempre Cata Dìaz nel 2017 di lui disse: “L’unico della squadra insostituibile, può mancare Djené (difensore totem della squadra), posso mancare io ma Jorge non può; non abbiamo nessun altro che possa fare ciò che fa lui, il 70 % del nostro gioco è palla lunga per Jorge. Combatte con i difensori, li controlla; se ci stiamo difendendo e possiamo andare da lui è tutto per noi”. Il bomber di Alcoy segna 26 reti nella stagione 2009/2010 che gli valgono il titolo di Pichichi; l’anno successivo Bordalàs porta la squadra ad un passo dalla Liga, perdendo la finale dei playoff contro il Granada. Passa all’Alcorcon che porta agli spareggi per salire nel 2013; è allora che il Deportivo Alavés si accorge di lui, i baschi hanno una storia che pochi altri hanno in Segunda avendo disputato la finale di Coppa Uefa 2001 ed è per questo la sfida più grande per l’allenatore nella sua carriera. Il tecnico a questo punto ha un suo stile di gioco definito, non bello ma efficace, con il 4-4-2 che punta sul contropiede. “Qual’è il senso di fare 30 tocchi nella tua metà campo se poi non vai avanti? Le persone hanno iniziato a confondere il lungo possesso con un buon calcio” rivela a quei tempi al Mundo Deportivo per far capire la sua visione del calcio.
Al primo colpo dunque l’allenatore di Alicante vince la Segunda con una squadra che non è stata costruita per farlo ma viene esonerato, all’alba della sua prima stagione in Liga, per attriti con il consiglio direttivo che ritiene il suo stile poco attraente con 15 partite su 21 vinte con il margine di un gol, non adatto per il massimo campionato spagnolo. Poco male per i baschi che con Michel raggiungeranno la finale di Copa del Rey. A inizio autunno di quello stesso anno arriva la chiamata del Getafe che riporta in Liga attraverso i playoff ed è la seconda promozione consecutiva per lui; questa volta nessuno gli nega la soddisfazione di debuttare in Liga, annata che conclude all’ottavo posto con la terza miglior difesa del campionato. Il progetto di crescita sta raggiungendo l’apice in questa stagione con il quarto posto momentaneo a otto giornate dalla fine che significherebbe Champions League, la prima volta storica per gli azulones; Bordalàscome Massimo Decimo Meridio che sfida le tigri d’Europa nel palcoscenico più grande al mondo potrebbe essere il film da non perdere nella prossima stagione calcistica.
Roberto Bucci







