Progetto, progetto, progetto. Una parola che sovente riecheggia nella mente dei tifosi napoletani, in bilico tra quelle aspirazioni di vittoria, di consacrazione, e una realtà aziendalista e procedurale – ma in ogni caso fruttuosa – segnata dal patron De Laurentiis.
La stagione sta per concludersi. I sogni di vittoria si sono dissipati, in campionato come in Champions, preda di quel tristemente noto “fatturato” delle grandissime d’Europa come Juve e Real Madrid (non a caso, le due finaliste Champions). Senza sfigurare, certo. Ma è il risultato a rimanere, al di là delle scuse contingenti. L’obiettivo minimo, ora, è quello di scavalcare la Roma e agguantare così quel secondo posto che permetterebbe una qualificazione nel salone più chic d’Europa senza passare per i nefasti preliminari (dieci eliminazioni per le italiane negli ultimi 17 anni), con tutte le conseguenza che ne deriverebbero sul piano della preparazione e del progetto venturo.
Ma anche se dovesse concludersi nel migliore dei modi e con quell’agognato secondo posto, probabilmente nessuno stapperà la bottiglia tenuta in fresco, nessuno avrà l’idea di festeggiare in piazza ne penserà di organizzare anche solo una festicciola intima. Emancipazione da una realtà provinciale? Certo, ormai il Napoli è una realtà tangibile del panorama calcistico europeo, avventrice dei grandi saloni d’Europa chiamati Champions ed Europa League, dove i fatiscenti stadi delle leghe inferiori sono solo una parentesi infausta e remota. Sarebbe, quindi, inopportuno gioire per un “semplice” secondo posto, o no?
Eppure, non è questo il problema. Chi è di Napoli sente quel sentore di amarezza che pervade i discorsi dei tifosi e degli addetti ai lavori. C’è chi vuole di più, chi fa i conti nella tasca larga di De Laurentiis, chi maledice la sfortuna o – molto più spesso – accusa la sudditanza psicologica verso il club che ormai da sei anni a questa parte domina in maniera intransigente il campionato. Eppure, ad oggi, i punti in classifica sono superiori a quelli dell’anno scorso. Eppure, il Napoli gioca ormai da due anni il calcio migliore d’Europa, pirotecnico e corale. Eppure, mal che andrà, sarà Champions.
E allora cos’è che manca? La vittoria. Insomma, questo articolo non dice nulla di nuovo.
O forse sì? Magari potremmo lanciarci e capire cosa manca al Napoli, non per ambire (quello già lo fa), ma per vincere a mani basse un campionato o una coppa europea (anche non la più prestigiosa, ci si accontenterebbe). La questione diventa, poi, quanto mai più stringente, se va dissolvendosi la convinzione secondo cui il Napoli avrebbe vinto per inerzia, prima o poi, uno scudetto (visto che erano le sole Juve e Roma a gravitare insieme al ciuccio nelle primissime posizioni da diversi anni). Ora, non si è più così sicuri. Milan e Inter, con le nuove proprietà, forse già dall’anno prossimo, torneranno prepotentemente in gioco per i piazzamenti che contano, investendo liquidi sul mercato e aumentando, inevitabilmente, la concorrenza.
E allora la risposta è più semplice di quanto si possa pensare. Bisogna rinnovarsi, alzare l’asticella. Se per Higuain c’era una clausola, ora non ci si potrà più permettere di lasciar partire i migliori. E se dovesse accadere, li si dovrà sostituire con fuoriclasse altrettanto all’altezza. Perché questa squadra ha un grandissimo talento, ma ha pochi fuoriclasse. Forse nessuno. E molti, lo sono soltanto nel potenziale. Magari si potrebbe iniziare eliminando quei diritti d’immagine che frenano il decollo di certe trattative delicate, creando situazioni a dir poco inopportune se rapportate ad un club ormai tra i migliori d’Europa.
Si, ok, qualcuno potrebbe obiettare: ma la virtù del bilancio immacolato? Nessuno in Serie A può vantare dei conti del genere, d’altronde. Beh, riprendendo le parole del DS Monchi, nessuno ha mai visto festeggiare una tifoseria per un bilancio in attivo. Questa non è una critica a De Laurentiis, che anzi da imprenditore di successo ha saputo riportare il Napoli a livelli lambiti solo nel passato. Ha creato una realtà, un’azienda, dalle ceneri del fallimento e della terza divisione professionistica, con la pervicacia e la competenza imprenditoriale di chi è un mastino del settore. No, non è una critica, questa è una presa di coscienza. Una lettera aperta. Perché il calcio non è fatto solo di conti, economia, politica. Il calcio è sentimento, passione, sogno. E il tifoso napoletano non chiede il fatturato del Barcellona, né pretende di entrare in pianta stabile nel pantheon di quelle squadre che vincono ogni anno. Vuole provare una gioia, intensa, e veder concretizzate, almeno una volta, tutte quelle velleità di trionfo. Vuole poter dire “SIAMO I CAMPIONI”. E questo, fatturato incluso, non è utopia.
Ci vuole uno sforzo, l’ultimo. Poi se tutto sarà vano, almeno si potrà dire di averci provato.
Enrico Ciccarelli







