Quando lo sport è colpito al cuore

Gli attentati terroristici di venerdì 13 a Parigi hanno sconvolto l’intera comunità europea e influenzato le partite amichevoli tra le nazionali, impegnate sui campi di calcio.

129. Un numero di tre cifre, apparentemente anonimo per molti, indimenticabile da venerdì 13 Novembre per i parigini e per chiunque, nel mondo, abbia una coscienza. Generazione Bataclan, si è detto, quella di oggi. Quella dei giovani che non hanno paura e che non ci pensano due volte ad uscire per ridere, stare insieme, divertirsi. È certo che nessuno, uscendo, si aspetterebbe di essere freddato nel cuore della Ville Lumière, nella città delle luci, quella famosa perché lì la vita è in fermento, perché non c’è limite alla vita. Il simbolo di una generazione che porta avanti ideali di libertà, emancipazione, parità tra i sessi, voglia di esistere e farlo fino in fondo. Così, all’inizio del fine settimana, si va allo Stadio a vedere Francia-Germania, si va a cena in un ristorante, si va ad un concerto in una teatro famoso con altri che hanno la stessa passione. Poi, il nulla. E qui ci si trova a chiedersi a cosa siano serviti più di duemila anni di storia, se l’uomo non ha imparato, non ha capito, non ha compreso. E non sono state uccise solo quelle 129 persone, di cui moltissimi giovani all’interno del teatro Bataclan. Il mondo dello sport è uscito devastato da questa situazione di terrore portata avanti da persone che non possono essere nemmeno descritte, perché non c’è parola abbastanza abominevole, terribile e tremenda, che possa identificare atti di questo tipo da anime nere che non hanno capito che nessun Dio giustificherebbe questa mattanza di giovani nel pieno della vita.

Non c’è giustificazione per un padre che porta il proprio figlio allo stadio per una sera spensierata, felice, una serata per stringere un rapporto ancora più forte, e che poi si ritrova con il proprio figlio stretto al petto, con il timore che entrambi, in una mite serata parigina, possano vedere le loro semplici vite spezzate. Poi venerdì passa, sul calendario, non nella realtà. L’eco di Parigi si avverte in Belgio, nel quartiere “jihadista” di Molenbeek. Sembra che da lì, giovani arruolati nell’Isis, siano partiti determinati a colpire al cuore la Francia e chissà, ci auguriamo di no, anche altre nazioni che adesso temono per la loro sicurezza. Bruxelles ci prova, la partita si potrebbe giocare nel massimo della sicurezza. E invece no. La paura disseminata dal terrorismo forse più forte di qualsiasi tattica, di qualunque esercito. E allora lo stadio resta chiuso, Belgio-Spagna annullata. Poi c’è Hannover. Quella di Germania-Olanda viene sospesa, per presunte minacce evidenti e concrete di attacchi terroristici. In Italia, a Bologna, si gioca, ma il timore è palpabile. In Inghilterra, la Francia, è ospite di un paese che è minacciato allo stesso modo, che negli ultimi mesi sembra aver sventato ben 6 attentati, che ha nel passato altre ferite ancora non rimarginate. Si canta la Marsigliese, sugli spalti, il simbolo di una Francia che per essere dov’è oggi, per avere quelle libertà, quella spensieratezza, quell’uguaglianza, ha lottato, ha sofferto. La testimonianza che il francese non crolla. Fluctuatnecmergitur. Parigi, colpita dalle onde, non annega. Poi ci sono quelle cose che non ti aspetti, che forse speravi non accadessero, ma l’uomo è così imprevedibile. E allora ad Istanbul il minuto di silenzio non viene rispettato, l’orgoglio e il dolore di Parigi calpestato da chi urla, nelle proprie convinzioni, “Allah u Akbar”, Allah è grande. Sì, Dio è grande ed Allah lo è. Ma voi, voi siete così piccoli. Per fortuna, c’è tutto un mondo musulmano che comprende che questo mondo non è vivibile, che questo non è l’Islam che più di un miliardo e mezzo di uomini nel mondo professano.

Si può aver paura, si può stare attenti, tenere gli occhi aperti. È vero, così tanti uomini nel mondo è così poca umanità. Ma la Francia è forte e si rialzerà. La vita non deve fermarsi e per dirla come Antoine, vedovo con un bambino di 17 mesi dopo la strage di venerdì, “non vi farò il dono di odiarvi”. E lo sport deve essere il punto d’incontro, dove anche due nazioni lontane devono essere vicine nel rispetto e soprattutto nella lotta contro notti buie come quella di Parigi. In modo che, nessun’ altro, debba piangere un figlio, una moglie, un fratello. E quei fischi, in Turchia, finiranno nel dimenticatoio e non macchieranno la solidarietà di un’Europa intera verso ogni cittadino di Francia.

Allons enfants, n’est pas fini.

Clara Caiola

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