E’ molto difficile, quasi inimmaginabile, assistere ad una finale di un Mondiale, in cui una squadra tira una ventina di volte e l’altra zero. Zero volte in verso la porta, non è un’iperbole visto che la statistica degli Xg (expected goals) recitava 0.00 per l’Albiceleste. Zero, fino al recupero del secondo supplementare, quando due situazioni sotto porta hanno illuso che fosse la solita risalita dall’inferno. L’Argentina ha rinunciato e aspettato i rigori dal fischio d’inizio. Spenta la stella di Messi, lasciato solo e senza neanche il vecchio orgoglio di prendersi la palla e tentare la giocata individuale, una magia delle sue che hanno caratterizzato la sua infinita carriera. Un addio che non meritava. Il crepuscolo degli dei, che ha spento tutte le divinità calcistiche moderne. Non luminosissima la stella di Yamal, che almeno è attivo sempre. Ma con una Spagna che è ancora collettiva, meno brillante, ma squadra. Un equipo di calciatori che si aiutava vicendevolmente e che ha fatto dell’unione e della reciproca conoscenza tattica il proprio punto di forza. Dall’altra parte, il niente. Sperava forse Scaloni di vincere come sempre nel finale della disperazione. Ma la Spagna è un’altra storia. Campioni del mondo dopo essere stati campioni d’Europa. Seconda Coppa, come la Francia. De la Fuente è un ct straordinario nella sua normalità. Un commissario tecnico che ha fatto la gavetta, è partito dal basso, e conosce in maniera estremamente approfondita, tutti i propri calciatori. Tutti, nessuno escluso. I loro migliori pregi ed i loro peggiori difetti. Il risultato finale, l’1-0 sta forse stretto, ma era una finale e una delle più chiuse di sempre e la Spagna ne è venuta a capo con il gioco. L’Argentina ha deluso non poco. Partita ad inizio torneo, quasi, coi favori del pronostico, è arrivata stanca e poco lucida a questa gara. Praticamente l’anticalcio: una finale mai vista e, diametralmente opposta ad Argentina-Francia di quattro anni fa. L’inesistenza degli argentini che, da subito, applicano la loro strategia mondiale al quadrato. Dal blocco basso al non gioco. Rinunciando praticamente a superare la metà campo e sperando che, prima o poi, uno spiraglio nella trama spagnola si sarebbe allargato per consentire una traiettoria verso la porta. Non è mai successo. Quindi l’Albiceleste ha cambiato strategia e piano partita: soltanto aspettare, distruggere, rilanciare nel vento, provocare, senza un’idea di manovra e di gioco. Con tutti dietro il pallone, scompaiono le linee di passaggio per Messi, l’unico che avrebbe potuto dare la svolta. Alvarez aveva i soliti compiti da mezzala sinistra aggiunta, Montiel a destra bloccato, Tagliafico preoccupatissimo di Yamal, e la cerniera di centrocampo della Seleccion una specie di seconda linea Maginot. L’Argentina aveva deciso di seguire la strada, senza uscita, dell’anticalcio come sua stella polare. Ma dall’altro lato la Spagna non riusciva mai a trasformare l’eleganza del suo calcio in una manovra veramente pericolosa.
Nel primo tempo, appena due tiri della Roja. La Spagna aveva costretto la Francia a perdere le coordinate, ma sapeva bene che con l’Argentina sarebbe stato diverso: i sudamericani a fare barricate, i campioni d’Europa a tessere una manovra necessariamente spezzata. Il copione era scritto. Sono mancati i fuoriclasse. Messi lasciato solo, senza forza né voglia di accorciare le distanze dalla sua mediana, Yamal sicuramente più vivace che nel resto del Mondiale ma mai versione Europeo: al massimo un dribbling, poi il cross, spesso impreciso. La svolta della partita arriva nella ripresa: l’inerzia del match cambia nel secondo tempo. I ritmi si alzano, con il primo cambio di Scaloni: dentro Paredes per Nico Gonzalez, così da trasformare il 4-4-2 più sfacciato in un 4-1-3-2, con l’ex Juve e Roma davanti alla difesa. La scelta poteva sembrare di protezione e conservativa. Ma perdendo le fasce a centrocampo, i due esterni dovevano alzarsi e nascevano così corsie per Yamal, Cucurella Baena. Le sostituzioni hanno sicuramente dato una scossa. Fuori per infortunio i due centrali di Scaloni, Lisandro e Romero, e difensivi tutti gli altri subentri. Scelta chiarissima ma quasi incomprensibile, il ct della Selecciòn, ritenuto anche ct del buon senso, non ha neanche dato una chance a Lautaro, autore del gol decisivo che abbia fatto approdare l’Albiceleste alla finale del MetLife Stadium, abdicando al tridente con il quale ha risolto situazioni drammatiche. Molto più coerente De la Fuente che non ha mai sacrificato alla ragione di stato una filosofia vincente.
L’Argentina ha completato la sua opera con l’espulsione giustissima di Enzo Fernandez, gran giocatore ma talvolta troppo emotivo. Dopo una prima ammonizione per una leggera protesta nei confronti dell’arbitro, successivamente prova a colpire al volo il pallone, nel secondo terzo di campo. Prova a colpire il pallone, invece, colpisce Cubarsì che vola, letteralmente, a terra. L’arbitro deve estrarre necessariamente il secondo cartellino giallo e mandare l’irruento Enzo Fernandez sotto la doccia. Quindi gli ex campioni giocano i supplementari in dieci e, comprensibilmente, accentuano la loro dimensione nichilista. Provano però a prendere un po’ di respiro. Williams, Pedri e Ferran danno la botta di aria fresca che mancava, premiando le scelte De la Fuente. Assist di Williams di testa e Ferran arriva implacabile. Di parate Martinez ne aveva fatte fin troppe. Triste, solitaria e mai veramente scesa in campo in questa finale, tutta latina, l’Argentina, meno bella del solito ma campione del mondo uscente. La Spagna ha dimostrato che il futuro è suo: in due anni ha vinto 3 competizioni internazionali: Europei, Olimpiadi e Mondiali. L’Argentina ha vissuto male la sconfitta. Malissimo. Infatti, dopo il fischio finale c’è stato però un brutto episodio che ha visto protagonisti i giocatori di entrambe le squadre. C’è stata una rissa tra Peredes ed Eric Garcia che ha poi coinvolto anche altri giocatori ed ha portato all’espulsione del centrocampista argentino. Per sedare gli animi è dovuto intervenire il ct Scaloni che in pochi minuti ha ripristinato l’ordine.
L’Argentina non centra il Back to Back, la curiosa premiazione e i numeri della Kermesse Mondiale
Con la vittoria della Spagna sull’Argentina si chiude il torneo più ricco e lungo della storia della Coppa. Come Maradona, anche Leo Messi perde la finale quattro anni dopo il titolo. Il capitano dell’Argentina, che sperava nel bis dopo la festa del 2022 in Qatar, è caduto preda dello sconforto. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo aver consegnato la coppa del Mondo agli spagnoli, si è attardato a lasciare il palco, nonostante il numero uno della Fifa Gianni Infantino lo avesse invitato a scendere. Trump, sorridente e divertito, è rimasto vicino ai giocatori pochi secondi, giusto il tempo per apparire nelle prime foto celebrative dell’evento, a chiudere un’edizione da record di pubblico e di incassi.
Qualche dato: i ricavi complessivi per la Fifa nel ciclo quadriennale legato a questo torneo si attestano intorno ai 15 miliardi di dollari. Per fare un confronto, il Mondiale in Qatar del 2022 si era fermato a 7,6.
Finale a senso unico: Argentina peggiore squadra ad un Mondiale
Spagna e Argentina vanno ai supplementari dopo 90’ di dominio spagnolo, i numeri parlano chiaro: 15 tiri totali (di cui 10 in porta) contro zero e nove angoli a uno. Nella storia delle finali dei Mondiali di calcio c’è un unico precedente in cui una squadra ha concluso la partita con zero tiri in porta e il record negativo, battuto questa sera, era proprio dell’Argentina, che nella finale dei Mondiali di Italia ’90, giocata a Roma l’8 luglio 1990 contro la Germania Ovest, perse 1-0 con un gol su rigore di Andreas Brehme a 5 minuti dalla fine.
Le statistiche di quella gara
Tiri totali: Germania Ovest 23 – Argentina 1 (l’unico tentativo offensivo dell’Argentina fu una punizione calciata da Maradona alta sopra la traversa)
Tiri in porta: Germania Ovest 10 – Argentina 0
Calci d’angolo: Germania Ovest 10 – Argentina 5
Espulsioni: Argentina 2 (Monzón e Dezotti) – Germania Ovest 0
Consegnati agli spagnoli i premi individuali del torneo: Cubarsí miglior giovane e Simon miglior portiere, Golden ball a Rodri. Al francese Mbappé (10 gol) andrà il Golden boot, la scarpa d’oro che premia il miglior marcatore del torneo.






