Questa storia ha inizio in un modesto condominio di Vastevik, un paesino che conta una manciata di abitanti.
Lì vive un bambino dal viso pallido e timido: il suo nome è Stefan, ha soli sette anni. Lui e la sua famiglia popolano un appartamentino di un sobborgo indifferente. Questi sono i tempi in cui vengono trasmessi i primi canali a colori; ma le scatole parlanti, in Svezia, si animano di appena tre tonalità: il verde, dei campi di Wimbledon; il rosso, di quelli parigini; e il biondo, della chioma di chi, di questi tempi, li domina in lungo e in largo: Bjorn Borg. La sua immagine spopola, il suo carisma porta nelle case degli svedesi, suoi connazionali, uno slancio emotivo non indifferente. La famiglia Edberg ne rimane ammaliata, e decide di iscrivere il piccolo Stefan ai corsi tennistici organizzati dal comune.
La scelta, ben presto, si rivela azzeccata: all’età di dodici anni, il bambino prodigio vince la più importante competizione nazionale under 12. Questo è un momento cruciale della sua formazione. Non per la vittoria; o meglio, non solo: Percy Rosberg, il suo coach, lo convince a “staccare” una mano dal rovescio, ad abbandonare la presa bimane. Un’ intuizione brillante, perchè, da allora, questo fondamentale (sia da fondo che di volo) diviene il marchio di fabbrica dello svedese.
Nel 1981, Bjorn è a caccia del suo primo titolo a New York; titolo che rappresenta una vera ossessione per lo scandinavo: nella sua quarta finale a Flushing Meadows, sfida John McEnroe, nel capitolo XIV della loro rivalità. Neanche questa si rivela l’occasione buona; per il campione svedese, non sarà una sconfitta pari alle altre: Borg la vive come un lutto, come la svolta che segnerà il suo precoce ritiro dal professionismo, all’età di soli 27 anni. Il trauma più grande, a dire il vero, lo vivrà il resto del mondo tennistico: il “vichingo” lascerà un buco incolmabile. “Dopo la frettolosa decisione di smettere di giocare, credo che abbia scoperto di essersi cacciato in un vicolo cieco da cui non è riuscito a uscire. E’ molto orgoglioso, e per lui sarebbe stato troppo difficile ammettere di aver sbagliato e tornare sui suoi passi. L’unico paragone che posso provare a fare per spiegare l’impatto della sua decisione è con l’NBA, quando Magic Johnson e Larry Bird diventarono giocatori professionisti di basket all’inizio degli anni Ottanta e fecero risorgere quello sport. I Lakers e i Celtics diventarono le due squadre più grandi. Immaginate come sarebbe stato se, al culmine della sua folgorante ascesa, la squadra dei Lakers avesse deciso di ritirarsi in blocco! Ecco, il ritiro di Borg dal tennis è paragonabile solo a qualcosa del genere”. (J.McEnroe – tratto dalla sua autobiografia).
Proprio in quel 1981, Edberg, solo quindicenne, mette in luce le proprie potenzialità, raggiungendo la finale del Torneo dell’Avvenire. Finirà col perdere la gara, sconfitto da Pat Cash, ma non la grinta: passano appena due anni e Stefan diventa il primo giocatore (e, ancora oggi, l’unico) a vincere consecutivamente le quattro prove dello Slam nel circuito juniores. Alla conferenza stampa di Wimbledon, incorre in quell’uscita infelice, che probabilmente è stata l’unica gaffe della sua carriera: dichiara “My father is a criminal” (mio padre è un criminale), suscitando uno sconcerto generale. In realtà intendeva dire che il padre era un agente di polizia, del ramo “crimini”. Ad ogni modo, sulla scia del successo, si lancia immediatemente nel massimo circuito. Il suo grande exploit lo conduce ben presto fino al trionfo di Melbourne, che vale il primo trofeo dello Slam, all’età di soli 19 anni.
Tra una vittoria e l’altra, Stefan si trasferisce a South Kensigton, un silenzioso sobborgo londinese; contesto non dissimile da quello in cui è cresciuto. Edberg, che nel frattempo ha trionfato per la seconda volta in Australia, sa bene che la gloria tennistica passa per i giardini di Wimbledon. Per completare il cambio generazionale, per dare vera continuità alla storia mutilata di Bjorn Borg, non basta vincere qua e là per il circuito: deve portare a casa il trofeo più ambito. Nel 1988, proprio ai Championships, raggiunge Boris Becker in finale. Questa è la sua grande occasione, non può fallire. Ci limitiamo a riportarvi le parole del quotidiano “Repubblica”: “Stefan batteva e volleava, sorvolando angelico quel campo ridotto a maneggio; quella stessa povera erba dove Boris non finiva di scivolare. Pareva più a suo agio di un inglese, Edberg. Non per nulla ha deciso di vivere qui”. La Svezia ha il suo nuovo eroe; Borg il suo perfetto erede e, ben presto, il Tennis avrà il suo nuovo simbolo. Non solo per le grandi emozioni che, vittoria dopo vittoria, Stefan ha regalato al proprio pubblico; ma per l’esempio che ha portato con sè, ogni qualvolta sia sceso in campo.
Per lo svedese, la racchetta, in un match, era tanto importante quanto il “gioco pulito”, la massima educazione e il rispetto assoluto per tutto il contesto. Non è un caso che il premio fair play, dopo il suo ritiro, sia stato intitolato proprio a Stefan Edberg. Ecco un simpatico aneddoto: bisogna risalire fino al 1992, esattamente fino al suo ultimo successo di primordine. Correvano gli U.S.Open: in finale, lo svedese superò Pete Sampras in rimonta, dopo aver ceduto il primo parziale al tie-break. L’americano, a fine gara, ebbe un’uscita emblematica; un’ uscita che testimonia quanto sia stato grande l’esempio di Stefan: sorridendo, disse “E’ un tale signore, che quasi facevo il tifo per lui”.
di Tommaso Buda – Tribunaitalia.it







