Questa è una storia che inizia dalla fine: la storia di Vitas Gerulaitis.
L’ultimo capitolo si apre in quel maledetto 1994, negli Stati Uniti, a New York. Un mattino, Vitas viene rinvenuto esanime dal maggiordomo della villa in cui alloggiava, ancora vestito. Il Corriere della Sera riportava: “E’ finita la vita spericolata di Gerulaitis: la cocaina stronca il dannato angelo biondo a soli quarant’anni”. In realtà, che la causa sia stata effettivamente la droga, è solo un’impressione, di dominio pubblico, ma solo un’impressione. Eppure, mentre si attende l’autopsia, già lo si confonde con una di quelle Star, piegate in rovina dall’abuso di stupefacenti.
La sua ascesa ricalca il tipico “iter” della super-star americana, che raggiunge l’apice della propria carriera dopo anni di soli sudore e sacrifici: Poco prima che si compia il nono mese, i genitori abbandonano la Lituania per stabilirsi in un caseggiato popolare di Brooklyn, a New York. E’ qui che nasce Vitas. Il papà, che è stato numero uno del tennis nazionale, lo inizia alla racchetta, nei campi comunali di Southampton. Grazie al suo aiuto e ai propri sforzi, sia sul campo che sui libri, si diploma in tempo e, nello stesso anno, raggiunge anche la posizione numero sei del circuito under18. Nel frattempo, il padre decide di lasciare la casa per trasferirsi nel Queens, lontano dall’odore d’aglio fritto del quartiere lituano. Vitas si iscrive alla Columbia University, ma, dopo appena un anno, capisce che è il momento di scegliere: decide di abbandonare gli studi, per seguire la sua stella: il Tennis d’alta quota… Tutto il resto è storia.
Gerulaitis, però, non sarà in grado di gestire il successo. Brutta bestia il successo. Se un uomo ha tre desideri, ed uno riesce ad esaudirlo, quanti gliene rimangono? Sempre tre. E’ questo il suo effetto. Sembra che nulla basti mai. Vitas, nella sua casa a Kings Point, a Long Island, ha due Rolls Royces, una Mercedes, una Porsche e una Ferrari. Arriva fino alla terza posizione mondiale, vince gli Australian Open, ha un fiume di donne al proprio seguito ma, forse, non è ancora appagato… Ben presto, oltre al successo, matura anche lo scandalo: alla fine degli anni ’70, Gerulaitis è un assiduo frequentatore del noto “Studio 54”, il locale degli Yuppies newyorchesi; locale in cui scorrono fiumi di cocaina. Ma la vita presenta sempre il conto. Sempre. Nel 1983, difatti, è costretto a ricoverarsi in clinica per tentare la disintossicazione. Nel 1994, il ritmo del suo cuore, un cuore giovane e insaziabile, rallenta e, pian piano, scompare.
Il motivo per cui Vitas, un talento così nitido, non sia mai riuscito a raggiungere la vetta del ranking, è una verità poco assoluta. I più esperti l’hanno sempre considerato un passo indietro rispetto ai suoi diretti rivali, Borg, Connors e McEnroe. La sua incompleta carriera è dovuta, molti sostengono, alla gracilità d’un corpo poco potente: Gerulaitis, interprete del gioco offensivo, aveva molto talento, ma, fisicamente, era troppo, troppo indietro rispetto al gigantesco Borg; dallo svedese perse sedici volte in altrettanti incontri. Ma Vitas era un uomo di grande spirito: venuto a conoscenza del ritiro di Bjorn, ironizzò dicendo “Chi sarà in grado di battermi, per diciassette volte consecutive, deve ancora nascere!”. Strapperà un altro sorriso al grande pubblico, quando, dopo aver vinto per la prima volta contro Connors, ma solo al diciassettesimo tentativo utile, dirà “Beh, che vi avevo detto?”.
Insomma, ritiratosi Borg, sceso di livello anche Mac, iniziano gli anni esplosivi di Lendl: e così, al buon Vitas, non è rimasto che un titolo in Australia (all’epoca, un Slam di seconda categoria) e un insipido bronzo come best ranking. Eppure, Gerulaitis ce l’ha sempre messa tutta, spingendo fino in fondo, ma fermandosi, puntualmente, a un passo dalla meta: resterà negli annali quella finale di Wimbledon, edizione 1977, disputata -guarda caso- contro Borg. Questa è la partita che ha visto il tennis dell’americano esprimersi nel miglior modo possibile. Nonostante tutto, gli mancherà il guizzo del campione affermato, la piena sicurezza nei propri mezzi, e finirà col perderla per 6-8 al quinto e decisivo set.
L’incorreggibile playboy, a discapito del comun dire, aveva dato il proprio parere riguardo a quel successo beffardo, che non l’ha mai proiettato fino alla vetta: quando, nell’1985, annunciò il suo ritiro dal professionismo, disse: “la droga ha seriamente compromesso le mie abilità di giocatore; è tutta colpa della droga”. Vitas si rese davvero conto dei suoi errori, sapeva benissimo di quanto la cocaina avesse compromesso la propria la carriera e, ancor prima, la propria dignità; per questo motivo aveva deciso di smetterla. Ma il grande pubblico non si fidava più dell’angelo dannato: per la gente, per i media, per il mondo, Gerulaitis era morto d’overdose, in una notte che decise di non perdonargli un ulteriore sgarro. Come De Andrè insegna, “la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo”, ma senza possedere uno straccio di verità. Eccolo, il risultato dell’autopsia: Gerulaitis è deceduto nel sonno, asfissiato dal monossido di carbonio emesso da una stufa difettosa. Vitas aveva veramente imparato la lezione; è scomparso ingiustamente, ma, per lo meno, senza accorgersene. Chissà, magari sognando, per l’ultima volta, di battere Bjorn Borg.
di Tommaso Buda – Tribunaitalia.it







