I sogni, oltre la ragione, contraddistinguono l’uomo da ogni altro essere animale presente sulla Terra. Essi sono meravigliosi, hanno la capacità di fare volare la mente umana, di portarla in posti mozzafiato, nella maggior parte dei casi fantasiosi ed immaginari, e sono ricchi di speranze.
Alzi la mano chi non ha mai desiderato di diventare un supereroe, un personaggio famoso dello spettacolo, un campione sportivo e chi più ne ha più ne metta. I bambini sono coloro che sognano maggiormente, cercano di assumere realmente i connotati del personaggio immaginato. Talvolta, però, le ambizioni dei genitori offuscano e limitano il viaggio mentale intrapreso dal fanciullo e risultano essere fuori luogo.
Correva l’anno 1970 e nel marasma generale di una Las Vegas in preda ad un cambiamento radicale dal punto di vista sociale, nasce Andre. Americana la madre, di origini israeliane il padre, il piccolo cresce negli States a pane e tennis. Il destino era segnato, la dea bendata, incarnata dalla figura paterna, aveva ben in mente quale sarebbe stato il percorso che il piccolo Agassi avrebbe intrapreso. Ex pugile professionista che partecipava ad incontri riconosciuti ufficialmente portando in alto i colori del proprio Paese, l’Iran, Emanoul Aghasi venne trasferito a Las Vegas per motivi di lavoro. Una volta acquisita la nuova cittadinanza, egli decide di cambiare nome e diventare Mike Agassi. La vita, però, è beffarda in certe circostanze, presenta degli aspetti nascosti di cui non si ha la minima percezione fin quando non si entra in contatto con essi. Mike, abituato a vivere alla buona in un nucleo familiare poco protettivo, in cerca di fortuna nell’Iran degli anni cinquanta, non si rese conto della linea sottile che separa la vita di un comune ragazzo da quella di un padre, figura fondamentale per la crescita di un figlio.
Agassi senior, da sempre e per sempre, ha amato il tennis più di ogni altro sport, ma, intendiamoci, con la racchetta in mano non se la cavava bene. Questa sua mancanza, il vuoto che ha lasciato in lui lo sport nobile per eccellenza, lo ha afflitto tanto da desiderare ardentemente che uno, tra i quattro pargoletti da lui messi al mondo, diventasse un professore della pallina gialla. Il primo, no grazie. Il secondo, non se ne parla. Il terzo, meglio evitare. Il quarto, è quello buono. I grandi campioni, capaci si segnare un’epoca e consegnarla alla storia sotto il proprio nome, si costruiscono nel tempo, passo dopo passo, centimetro dopo centimetro, colpo dopo colpo. Lo sa bene Emanoul, che mette il piccolo Andre a contatto con l’attrezzo che lo renderà grande sin dalla più tenera età, per la “gioia” di mamma Betty. Il tempo passa inesorabilmente per tutti, ogni attimo fugge veloce senza averne la consapevolezza, ma il giovane ha talento, dimostra di avere tutte le carte in regola per incidere il suo nome a fuoco nella memoria dei posteri. C’è solo un piccolo, immenso problema. Andre odia il tennis. Non lo sopporta. Gli allenamenti imposti dal padre sono stremanti, conditi da ritmi di vita allucinanti. Svegliarsi all’alba e coricarsi al tramonto non sono il massimo per un ragazzo di Las Vegas nel pieno dell’adolescenza. L’incubo più grande è il “drago”. No, non è il soggetto di uno dei sogni a cui si alludeva in precedenza, non ha nulla a che vedere con quel meraviglioso mondo fatato. È una macchina, progettata magistralmente da Mike, che spara palline in continuazione, senza concedere ad Andre un attimo di respiro. “Se colpisci 2500 palline al giorno, che significa 17500 alla settimana, vale a dire un milione al mese, non potrai non diventare il numero uno al mondo” sentiva dirsi continuamente il Kid di Las Vegas.
Come accade per ogni grande storia, degna di nota, anche quella dello statunitense prende piede nel Paese della Regina. Tra fragole con panna, vestiti di pizzo e lusso, spicca un ragazzone con i capelli lunghi, trascurato e con un atteggiamento di superbia, che stupisce il mondo intero nel 1992. Considerato non adatto all’erba perché dotato di gran colpi da fondo, specie il rovescio, che lasciavano fermi gli avversari, Agassi ha alzato al cielo il primo di otto trofei del Grande Slam nei giardini perfetti dell’All England Club, dove ogni anno si svolge Wimbledon. La maturazione definitiva è arrivata e Andre ne è consapevole. La rivalità con Sampras, una delle più avvincenti di sempre, ha regalato agli appassionati una serie di sfide mozzafiato, senza esclusione di colpi, in cui in ballo non c’era semplicemente la vittoria. I loro incontri erano molto altro. Eleganza, tecnica, servizio fulmineo e volèè magistrali da un lato; potenza, esplosività, risposta eccezionale e rovescio bimane da capogiro dall’altro. Lo spettacolo era garantito.
Qualche anno e qualche ruga dopo, Agassi, nato con un problema alla schiena per cui una vertebra risulta essere staccata da un’altra, si rende conto di non essere più competitivo. Troppi dolori, troppi acciacchi per poter lottare con la nuova generazione di fenomeni. Troppo tagliente Roger, troppo determinato Rafa per lasciare spazio al “vecchietto”. Sopra il cielo americano aleggia, ancora oggi, la sensazione che il ragazzo, il cui look era più simile a quello di una rock star che di un tennista, si trovasse solo con il proprio infinito dono: quel dono che alla fine gli ha insegnato che la contraddizione è l’essenza della condizione umana; che, in altre parole, è inutile cercare di scacciare l’odio, come fosse un fantasma, perchè è quello stesso odio a sussurrarci che l’unica serenità imperfetta cui possiamo aspirare sta nel volere “giocare soltanto un altro po’”.
di Matteo Venuta –Tribunaitalia.it







