Gender equality in sport

L’era di oggi è caratterizzata da fenomeni globali che nel corso degli anni hanno ribaltato ogni tipo di nostra concezione, credenza e idea; parliamo dell’era della diversità e della conoscenza.

Spesso siamo portati a vedere la diversità come una forma di minaccia, un ostacolo che ci spinge ad approcciarci ad essa in modo aggressivo e, a volte, minaccioso. Il pregiudizio di genere, secondo la psicologia sociale, non è istintivo ma ha una forte componente culturale; educare alla diversità, all’accoglienza, alla socializzazione e inclusione sono elementi formativi volti alla valorizzazione della società nella quale viviamo: “educare per trasmette, educare per cambiare”. Così come nella vita sociale anche in quella sportiva il tema della diversità viene vissuto con grande vigore e forza; l’ambiente sportivo, costituisce un vero e proprio spazio di formazione della struttura identitaria poiché è considerato uno dei contesti ideali in cui sperimentare e sperimentarsi e, in quanto tale, contribuisce al processo di acquisizione di senso e consapevolezza di sé.

Oggi più che mai siamo consapevoli che lo sport non conosca barriere immutate, tanto meno quelle di genere. Le donne sin dai tempi dei primi giochi olimpici hanno sempre ricevuto trattamenti differenti rispetto agli uomini, soprattutto per motivi fisici, differenze che hanno agito sulla scalata verso la conquista del diritto allo sport. Le differenze fisiche tra uomo e donna sono ancora oggi, anche se in minima parte, evidenti agli occhi di tutti e proprio per questo hanno alimentato, e talvolta ancora alimentano, quegli stereotipi di genere che vanno a penalizzare le donne nello sport. 

“Il calcio è una cosa seria e le donne non hanno nulla a che vederci” così esordì tempo fa in un’intervista Jack Charlton, ex difensore inglese della Leeds United Association Football Club e allenatore della nazionale di calcio irlandese, sottolineando come il calcio femminile, a differenza di quello maschile, non è mai stato ritenuto professionistico ma solo un mero passatempo di giovani e belle donne che dedicavano del tempo a giocare a pallone solo per allontanarsi dalla vita monotona e sedentaria da semplici casalinghe. Con l’avvento dei Mondiali di Calcio femminile nel 2019, i dati hanno dimostrato come in realtà il mondiale ha battuto ogni record di ascolto con la sola partita inaugurale della Francia con i suoi 5,1 milioni di telespettatori (Fonte: Médiamétrie).

“A me, come a tante mie colleghe, chiedevano sempre: “Come fai a giocare con le tette?”. Ma perché questa domanda non l’hanno mai fatta a chi gioca a basket femminile, a tennis o pallavolo? Perché il calcio viene considerato un ambito maschile? Se una donna decide di provarci bisogna per forza trovare qualcosa che non va” così Milena Bertolini evidenzia in un’intervista come la donna nel mondo del calcio ha ancora un ruolo subordinato; è vista più come una velina o magari la fidanzata/moglie di un calciatore, per altre competenze tecnico-tattiche o dirigenziali il suo ruolo non è previsto all’interno di un’organizzazione calcistica. “Il calcio è un ancora un territorio dell’uomo, la donna non può entrare e se lo fa è come se compisse un sacrilegio di uno spazio maschile. Quindi, se entra, una donna non può essere una donna secondo i canoni tradizionali, bensì un uomo mancato. Sono questi gli ostacoli che affrontano quotidianamente le donne/calciatrici negli staff organizzativi calcistici, donne che si impegnano il doppio per poter essere riconosciute non solo per i loro talenti frutto di responsabilità, sacrifici, aggiornamenti, studio, esperienza e visione ma soprattutto per identificazioni e approvazioni che ancora gli “sono dovuti o concessi clementemente”.

Il bellissimo volume Giocare con le tette promosso dalla Fondazione per lo Sport di Reggio Emilia, curato dalla stessa Bertolini, parla di come negli ultimi anni il calcio femminile è venuto alla ribalta non solo per i meriti sportivi e per le gesta delle giocatrici ma anche purtroppo per le frasi infelici di dirigenti nazionali che hanno la responsabilità di promuovere questo movimento. Il calcio femminile sta crescendo non solo per lo sviluppo dei media che né pubblicizzano le gesta e il vigore ma per la resilienza, ambizione e coraggio delle atlete stesse che investono costantemente dovere, passione e credenza in ciò che fanno. Il paragone con il calcio maschile è antiquato, non importa se si parla di uomini o donne, parliamo di qualità, campo da gioco e livelli prestazionali allo stesso merito; parlare di gioco innocente quando si parla di calcio femminile è come affrontare un altro argomento che non riguarda lo sport.

Come afferma Carolina Morace “il calcio femminile si merita gente intelligente, colta, aperta e preparata” perché non si parla di una qualsiasi storia del calcio femminile ma di una storia al femminile del calcio.

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Silvia Magrone

Rubrica Sport Mind

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