Nel settore sportivo come nel mondo calcistico, abbiamo messo in evidenza come, nello spazio che si viene a sviluppare fra la mente e il corpo del giocatore quando questi due aspetti non agiscono e lavorano all’unisono, si sviluppi un “vuoto” che produce una serie di reazioni psicofisiche che possono sfociare in uno stato d’ansia.
Nel mondo psicologico il fattore ansiogeno è stato oggetto di ricerche e sperimentazioni sul campo durante le prestazioni sportive; L’American Psichiatric Association (1994), la descrive come: “l’anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli elementi esposti al rischio possono appartenere sia al mondo interno che a quello esterno” (APA, 1994; cit. in: Franceschina et al., 2004, p. 213).
Spesso il fattore ansiogeno viene confuso con un’altra forma di reazione somatica che l’atleta vive in situazioni prestazionali particolarmente difficili emotivamente: l’ansia viene confusa con la paura. La prima è differente dalla seconda poiché la paura è una reazione funzionale finalizzata ad affrontare un pericolo immediato e istantaneo mentre l’ansia si pone come obiettivo predominante lo sfidare una preoccupazione sulla verificabilità di un evento futuro. Gli psicologi sottolineano questo aspetto di “istantaneità” tipico della paura, in contrasto con l’atto di “anticipazione” che caratterizza l’ansia. E’ fondamentale sottolineare come l’ansia e la paura non siano necessariamente sensazioni negative, ma al contrario esse hanno un ruolo adattivo e in alcune situazioni anche predominante.
La paura, infatti, è fondamentale nella risposta di “attacco o fuga”che permette di mobilitare tutte le proprie risorse energetiche per affrontare la minaccia/pericolo o fuggire da essa. Per questo motivo nelle giuste circostanze una reazione di paura può permettere al giocatore/trice di reagire incisivamente sull’azione “emotivamente difficile” per lui/lei. Allo stesso modo, l’ansia ci aiuta ad individuare minacce/difficoltà future e a premunire il giocatore/trice contro di esse, progettando ipotetici scenari o azioni motorie nei quali potrebbero essere coinvolti e, in quel caso, affrontare la situazione tanto temuta. Pertanto l’ansia è uno stato in cui si riuniscono una serie di elementi che spaziano dalle emozioni alle reazioni fisiche fino ad arrivare allo sviluppo di pensieri negative. Per psicologici come Seligman, Walker e Rosenhan l’ansia è caratterizzata da quattro componenti fondamentali che nella prestazione sportiva agonistica sono coinvolte con la stessa intensità: l’aspetto cognitivo, come la percezione o immaginazione di una situazione di difficoltà; l’aspetto somatico, dove l’attivazione del sistema simpatico si presenta come forma di preparazione ad una situazione di difficoltà (aumento della pressione arteriosa o della respirazione nel giocatore/trice); l’aspetto emozionale come i vissuti emotivi negativi e, infine, l’aspetto comportamentale che può essere volontario (trovando una soluzione per risolvere la situazione difficile) o involontario (come le reazioni fisiologiche).
Il giocatore/trice può effettuare prima, durante e dopo la prestazione sportiva delle tecniche specifiche per poter tenere sotto il suo diretto controllo e monitorare lo stato ansiogeno: prima della gara è importante effettuare delle ripetizioni mentali di movimento ovvero ripetere mentalmente il proprio gesto atletico/azione che si andrà a svolgere in quel preciso momento durante la gara/allenamento; è importante sviluppare delle rappresentazioni mentali positive dove l’atleta rivede se stesso in una situazione di vittoria in una determinata situazione di gara fondamentale per lui/lei; riuscire a produrre delle parole stimolo, affermazioni positive e significative come forme di attivazione e incitamento alla gara; l’atleta deve riuscire a tramutare lo stato ansiogeno emergente in adrenalina, eccitazione ed energia; riuscire a sviluppare la “distrazione creativa” che permette al giocatore di fuggire dalla situazione ansiogena focalizzando il suo pensiero su altri fattori esterni che gli permettono di non investire tutte le sue energie su elementi “difficoltosi” per lui/lei; riuscire a sviluppare degli obiettivi settoriali e scomporre l’azione da svolgere in piccole tappe, concentrandosi sui micromovimenti di ogni singola azione permettendo al calciatore/tice di non pensare all’azione motoria nella sua totalità (creando così solo dispersione) ma di suddividere le proprie energie in ogni singolo movimento evitando lo sviluppo dello stato ansiogeno.
E’ importante per l’atleta riconoscere lo stato ansiogeno come un fattore importante nella prestazione sportiva perché permette al proprio corpo di attivarsi di fronte ad una determinata azione ma è importante riuscire a gestirla quando i suoi livelli superano quelli di positività eccitabile, propedeutica all’attivazione, per raggiungere livelli in grado di inficiare la performance e il risultato finale.







