Sporting self efficacy

Nel mondo dello sport come in quello calcistico abbiamo notato come l’autoefficacia possa essere un elemento predominante e, in alcuni casi, incisivo sulla prestazione sportiva di calciatori e calciatrici.

Abbiamo spiegato come il concetto di self efficacy rappresenti la “convinzione nelle proprie capacità di organizzare e realizzare il corso di azioni necessario a gestire adeguatamente le situazioni che incontriamo in modo da raggiungere i risultati prefissati. Le convinzioni di efficacia influenzano il modo in cui le persone pensano, si sentono, trovano le motivazioni personali e agiscono” (Bandura 1986). Ma come calciatori/trici si costruiscono il proprio senso di autoefficacia?

Le aspettative di Self Efficacy possono svilupparsi attraverso quattro fonti principali: attraverso le esperienze personali o azioni dirette, che costituiscono la fonte più proficua per acquisire un forte senso di autoefficacia e rappresentano la memoria di situazioni passate affrontate con successo. Sono gli indicatori diretti per eccellenza della performance e sono in grado di consolidare le aspettative future. Un altro fattore che incide sullo sviluppo della self efficacy è rappresentato dall’esperienza vicaria fornita dall’osservazione di modelli (processo di modellamento). Vedere colleghi simili a se che raggiungono i propri obiettivi attraverso l’impegno e l’azione personale incrementa nell’atleta la convinzione di possedere quelle stesse capacità, come nel pensiero di Gennaro Gattuso quando parla del collega Andrea Pirlo: “Quando vedo Pirlo con il pallone tra i piedi, mi chiedo se io posso essere davvero considerato un calciatore”. Ugualmente, vedere colleghi professionisti che falliscono, nonostante l’impegno, indebolisce il proprio senso di efficacia. All’interno di questo aspetto calciatori/trici possono incrementare due forme diverse di apprendimento: il mastering, dove l’apprendimento avviene attraverso le indicazioni direttive da parte di un’altra figura (allenatore/assistente tecnico) o attraverso il coping, ovvero l’apprendimento avviene attraverso le azioni manifestate e presentate direttamente da un’altra figura (allenatore/assistente tecnico che mostra il gesto atletico richiesto all’atleta stesso).

Un altro elemento importante è rappresentato dalla persuasione verbale che consolida la convinzione di calciatori/trici di essere in possesso di ciò che occorre per riuscire in un evento, quello che si pensa o quello di cui si è consapevoli influenza drasticamente l’autoefficacia e incide sulla percezione delle proprie capacità. Questo aspetto viene descritto profondamente attraverso le parole di Andrea Barzagli che in una delle tante interviste fatte dice: “Ma dove vai con quei piedi? Questa è stata sempre la frase della mia infanzia. Ogni santo giorno, tra porte sbattute in faccia e allenatori che avevo occhi solo per alcuni. Non mollate mai ragazzi, credeteci sempre e comunque. Io ho alzato la Coppa del Mondo, e quel giorno in albergo, nel mio letto, ho pensato a quella frase…ma dove vai con quei piedi?! E ridendo dentro di me ho risposto: ad alzare la Coppa del Mondo!”. Purtroppo, però, le aspettative di efficacia che ne derivano sono meno forti di quelle prodotte dall’esperienza pratica e diretta.

Un ultimo aspetto che incide sul senso di autoefficacia è legato all’insieme degli stati fisiologi e emotivo-affettivi, ovvero sul modo in cui si interpretano e percepiscono le reazioni fisiche e fisiologiche che influenzano la percezione di autoefficacia. Spesso le situazioni di stress e la tensione vengono percepite come il presagio di una cattiva prestazione. Non è l’intensità delle reazioni emotive e fisiche ad essere importante ma piuttosto il modo in cui esse vengono percepite, e ciò è racchiuso nella bellissima frase motivazionale di un giovane Ronaldinho che dice: “Ho imparato tutto sulla vita con una palla ai miei piedi!”. Calciatori/trici che hanno un buon senso di efficacia considerano il proprio stato di attivazione emotiva come qualcosa che facilita l’azione dando energia, mentre quelli sfiduciati vivono lo stato di attivazione fisico-emotivo come debilitante, cioè presagio di un cattivo rendimento e un cattivo risultato. Per un calciatore o una calciatrice sentirsi fisicamente bene equivale a sentirsi psichicamente bene. Ciò dimostra come nello sport così come nel calcio, il corpo e la mente non sono due cose separate e distinte, ma essi sono più vicini di quanto si possa immaginare. Essi sono integrati e vuol dire che non può accadere nulla al corpo che non accada anche alla mente.

accada anche alla mente.

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Silvia Magrone

Rubrica Sport Mind

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