Il Tennis tra ieri e domani – 1° puntata

Comincia qui “Il Tennis tra ieri e domani”: la nuova rubrica ideata dalla redazione sportiva di Tribuna Italia. La ragione è semplice: si coglie sensibilmente un senso di rifiuto verso il futuro di questo sport, in un momento in cui di “nuovi Federer e Nadal” non se ne vede nemmeno l’ombra. Ci si chiede chi possa essere, un domani, quando questi fenomeni avranno appeso la racchetta al chiodo, a regalarci quello slancio emotivo che, per tutti questi anni, ci ha tenuti svegli in piena notte. La nostra intenzione, benchè rischiosa e impegnativa, è di darvi un’attendibile risposta. Si badi: non tireremo fuori alcun coniglio dal cilindro; la rubrica si pone, piuttosto, l’obiettivo di ripercorrere i grandi cambi generazionali, e di captare, a coronamento di un percorso nel passato, quei nomi che, un giorno, potranno “regalarci” notti insonni. Non ci saranno copie dello svizzero, nè stampini del maiorchino; questo lo diamo già per certo. Ma ciò sia visto di buon occhio! Difatti, nonostante le grandi somiglianze e ispirazioni ai propri “predecessori”, i campioni d’ogni epoca sono sempre stati autentici, riservandoci immancabilmente quel “quid” di unico, che ha reso il nostro sport sempre splendido e mai scontato.  

Finivano gli anni ottanta. Gli oligarchi del circuito, tutti assieme, redigevano il testamento: tanti dubbi e poche idee, molte domande ma nessuna, nessuna risposta. Chi avrebbe scritto, dopo di loro, sulle pagine di questo sport? I prati di Londra, ad esempio: chi sarebbe succeduto allo strapotere condominiale di Becker ed Edberg? Per non parlare dell’America! Chi avrebbe monopolizzato il tennis d’oltre Oceano, dopo l’assolutismo di Lendl, che a New York aveva incasellato otto finali consecutive? Chi altro avrebbe scolpito le proprie parole nella storia, come John McEnroe (“you cannot be serious man!”, ricorderete)? E chi, d’altra parte, onorato ogni competizione, meglio d’una stella come Jimmy Connors? Nel frattempo -agli U.S Open del ’90- un giovane americano, tale Peter Sampras, si sbarazzava del “decano” Lendl nei quarti di finale, interrompendo l’incredibile record del ceco. Poi, faceva fuori anche McEnroe, quattro volte vincitore nella sua New York, prima di riporre la rinomata ciliegina sulla torta: in una finale dal sapore juniores, annichilendo un acerbo connazionale (Andre Agassi) diventava, a soli 19 anni e 28 giorni, il più giovane vincitore di Flushing Meadows. Chi ricorda quella partita, tuttavia, sa che il ragazzone di Washington, nonostante la tenera età, era tutt’altro che immaturo. L’aveva capito bene anche il pubblico; proprio per questo, nel 91′, Sampras è il giocatore più attesto. Per l’americano, tuttavia, sarà l’inizio di una stagione deludente (o meglio, riconosciuta come tale): conquista più d’un titolo, s’insedia stabilmente frai primi dieci del mondo e riesce, non di rado, ad imporsi sui senatori del circuito… Però, non partecipa a Melbourne, viene eliminato al secondo turno sia dall’ Open di Francia che da Wimbledon, e agli U.S. Open -da campione in carica- raggiunge a stento i quarti di finale.

L’anno successivo i numeri migliorano, soprattutto nelle prove dello Slam: arriva in semi sia a Londra sia Melbourne, e fa buon gioco -finalmente- anche a Parigi, dove raggiunge i quarti di finale per la prima volta; a New York si ferma all’ultimo atto, arrendendosi solo ad un avversario pluristellato come Stefan Edberg… Ma tutto questo ancora non basta all’indice ossuto della critica: Sampras è da molto tempo sotto i riflettori del dibattito…Ma ha solo ventun’anni; questo se lo sono dimenticato. Tant’è che, quando il 12 Aprile del 1993 raggiungerà la vetta della classifica, sarà giudicato non all’altezza della propria posizione. Quando poi, al seguente Roland Garros, non riuscirà a migliorare il risultato in scadenza, le critiche si gonfieranno in maniera esponenziale. Le grandi testate, il giorno dopo la disfatta di Parigi, interrogavano il lettore: “Chi è Peter Sampras? un giovane talento, o il campione d’una generazione senza Campioni?” Risponderà direttamente Pete, poche settimane dopo, trionfando a Wimbledon. E in quell’occasione non tarderà a ripetersi: Nel 98′ ha già eguagliato il record di Bjorn Borg, quello delle sei finali consecutive sui prati di Londra; nel 2000 l’ha disintegrato, trionfando sul giardino più bello per la settima volta e raggiungendo, allo stesso tempo, anche Ivan Lendl, con l’ottava finale seriale in un Major. Intanto, vince due volte in Australia e, nel 2002, imprime il quinto sigillo a New York. Insomma: Sampras polverizza le critiche e, diventando il numero uno più longevo della Storia, le spazza anche via… Ecco l’erede che cercavano.

E’ la battuta, senza dubbio, il colpo che ha caratterizzato un papabile “G.O.A.T.” (Greatest of all times): se è vero che Sampras aveva una voleè -soprattutto quella di rovescio- storicamente insuperata e un diritto molto penetrante, bisogna puntualizzare quanto il colpo d’avvio abbia valorizzato, al massimo grado, i fondamentali del suo tennis. Eppure non era un Ivanisevic della situazione, o -per intenderci- un Karlovic dei tempi nostri: un gigante, cioè, che colpiva agevolmente, trovandosi la rete ad altezza caviglie. Nient’affatto: il servizio di Sampras era “semplicemente” un miracolo di coordinazione. L’energia conferita da quel colpo era il frutto d’un movimento armonico di tutto il corpo; dalle dita dei piedi, a quelle del manone destro: lancio di palla ed esplosione d’ogni muscolo; partecipavano, probabilmente, anche quelli delle guance. Ma ci sono due aspetti che hanno reso questo colpo, di per sè fenomenale, un fondamentale SEMPRE fenomenale. Prima di analizzarli, però, vorrei spingermi in una particolare digressione. Anzitutto, chiamare il suo servizio “fondamentale” non è poi così corretto. Sì, senz’altro, attenendoci ad una definizione di scuola, la battuta non solo è un fondamentale ma è anche il più importante. Più del diritto e del rovescio; almeno secondo una lettura storica. Difatti, il servizio è l’espressione tennistica che, quand’era solo “un jeu” nelle corti francesi, ha dato anzitempo il nome a questo sport: nel momento in cui la palla veniva “appoggiata” oltre la rete, il giocatore alla battuta gridava: “Tenèz!” (in italiano “Tenete!”, poi ciancicato e ridotto in “Tennis” dagli inglesi). Però, non era certo questo lo spirito di Sampras. Il suo servizio, in tal senso, lo si può considerare in piena sovversione rispetto alla funzione storica del colpo: la battuta è, appunto, “fondamentale” per cominciare lo scambio.

E qui, credo che l’americano avesse intenzioni un tantino diverse. A meno che “Pistol Pete” (così soprannominato, per la potenza della propria esecuzione) non abbia estensivamente interpretato il “Tenèz” come “Tenete questo flagello!”… Beh, lascerei questa porta socchiusa. Il primo aspetto -dicevamo-, che ha esaltato questa sensazionale inclinazione dell’americano, è la costanza: potesse cascare il Mondo, spegnersi il Sole o prosciugarsi il mare, Sampras, specie nei punti più caldi, la metteva sempre “sopra al sette” (che nel Tennis non è fuori!). Il secondo, ma non per importanza, è la variazione esecutiva: Pete alternava la sentenziosa prima al centro con uno slice divino e, di contro, con un kick infernale per chiunque. Eseguiva il colpo senza esitazione, baciando le righe ora con dei missili, ora con delle rasoiate. La polivalenza del servizio, assieme alla costanza, se non gli avesse fruttato il punto diretto, gli avrebbe quantomeno garatito una comoda discesa a rete e, dunque, di chiudere “di tocco” o col suo memorabile smash in salto. Stop! Mettete in pausa i vostri ricordi; fermateli qui: con l’americano in aria, pronto a colpire. Questa, a mio avviso, è “la polaroid” della sua abbagliante carriera. La carriera d’un campione costantemente al vertice; la carriera d’uno che ha sempre aggredito la palla, l’avversario… E la vita; anche quando il cancro s’è portato via Tim Gullikson, il suo coach: lo ricordiamo, comunque, scendere in campo, piangere a dirotto ed eliminare Jim Courier a suon di ace. Fortunato chi, “illo tempore”, ha ammirato le sue gesta; noi altri, purtroppo, ci limitiamo a celebrarle.

di Tommaso Buda – Tribunaitalia.it

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