Il Tennis tra ieri e domani – 2° puntata

Prosegue la rubrica “Il Tennis tra ieri e domani”. Dopo aver analizzato, nella scorsa puntata, il cambio generazionale impresso da quel Pete Sampras, candidato a “migliore di tutti i tempi”, è nostra intenzione (e nostro dovere) scrutare anche il rovescio della medaglia: osservare chi (e come) sia riuscito, sì, a incidere il proprio nome sulle pagine roventi di questo sport, ma non a “far propria” l’epoca che l’abbia visto esprimersi.

Era il lontano 1968 quando prese il via l’era Open, in cui venne abbattuta la barriera che separava dilettanti e professionisti. Per la prima volta nella storia, queste due categorie potevano competere tra di loro, dandosi battaglia in tutti i campi del mondo. I tornei del Grande Slam, da sempre e per sempre i più prestigiosi, erano diventati, però, appannaggio di una ristretta cerchia di tennisti. Da Laver a Sampras, passando per Lendl, McEnroe e Connors, senza dimenticare Borg e Wilander; il tennis aveva i suoi padroni ed era raro vedere un trofeo tanto ambito nelle mani di un outsider. Ognuno di questi tennisti, “per fortuna”, aveva le proprie difficoltà ed i propri limiti: inciampavano anche loro! Chi non amava la terra battuta, chi non amava giocare contro tennisti imprevedibili, chi preferiva attaccare e chi essere attaccato. Tra un Dio della racchetta e l’altro era frequente assistere a fasi sterili, assimilabili ai momenti di assestamento, di quiete, tra scosse di straordinaria intensità. Questi vuoti sono stati colmati da giocatori diversi, straordinari nel loro piccolo, su cui nessuno avrebbe scommesso un solo penny per la vittoria finale. Essi sono stati abili nello sfruttare i problemi degli avversari, dei migliori, per iscriversi all’albo d’oro dei vincitori di almeno un torneo Major.

Il Roland Garros, dalla metà degli anni 70’ fino alla fine degli anni 80’, è stato territorio dei conquiste di popoli nordici, provenienti dalla fredda area centro-settentrionale europea. Cechi ( Lendl ) e svedesi ( Borg, Wilander, Edberg ) hanno dominato il torneo parigino, facendolo proprio in più occasioni. La loro egemonia territoriale inizia a vacillare nel 1983 con la vittoria di Noah, cadendo definitivamente nel 1989 sotto i colpi di un piccolo ragazzo statunitense di origini cinesi. Venuto fuori dal nulla, Michel Chang è riuscito a sfruttare un periodo di forma poco esaltante dei “vichinghi” per sollevare il trofeo dei Moschettieri. Memorabile è l’ottavo di finale disputato contro Ivan Lendl, allora numero uno del mondo, concluso dopo quasi cinque ore di autentica battaglia. In preda ai crampi sin dal terzo set, il tennista americano ha portato a casa un match straordinario, architettando soluzioni nuove, come la battuta dal basso. Chang approda, così, in finale, in cui piega la resistenza di Edberg dopo cinque set stremanti, al termine dei quali alza le braccia al cielo in segno di trionfo ed il suo viso è segnato da lacrime di commozione. Il piccolo tennista non è stato in grado di ottenere ulteriori risultati altrettanto importanti, ma il suo nome è inciso a fuoco nella storia per essere il più giovane vincitore dell’Open di Francia.

Terra battuta ed erba hanno ben poco in comune, soprattutto durante i decenni a cavallo del nuovo millennio. Il giardino londinese, perfettamente curato, si è rivelato l’habitat naturale di Pete Sampras, capace di trionfare sette volte presso la corte regale. I suoi successi, tuttavia, non sono avvenuti consecutivamente per “colpa” di un gigante proveniente dall’Olanda. Il 1996 non sarà ricordato solamente perché la Juventus diventa campione d’Europa battendo l’Ajax, o perché Michael Johnson stabilisce il nuovo record del mondo dei 200m. Quell’anno passerà alla storia, tra l’altro, perché non è Sampras a sollevare il trofeo di Wimbledon, bensì Krajicek. Originario dei Paesi Bassi, Richard ha sconvolto il mondo intero portando a casa la meravigliosa coppa d’oro massiccio, ottenendo lo scalpo di Pete nei quarti di finale. La vittoria sullo statunitense non è, come dimostrano le statistiche, frutto del caso. L’olandese è uno dei pochi tennisti che vantava un bilancio positivo con il “divoratore d’erba”. Altri squilli, nella carriera dell’uomo dal servizio fulmineo, non ce e sono stati, ma è riuscito a scrivere una pagina indelebile della storia di questo sport.

Wimbledon, celebre per le sue fragole con la panna,  è storia, tradizione, magia. Ogni edizione è poesia, tanto elevata e sublime da poter essere carpita da pochi eletti e la seconda del nuovo millennio ha rispecchiato perfettamente queste qualità. Cresciuto nel bel mezzo della guerra civile iugoslava, fra bombe e fucili, Ivanisevic ha trovato nel tennis il soffio vitale, la speranza di poter vivere una vita migliore, lontano da tanta crudeltà e brutalità. Sognava, sin dalla più tenera età, di diventare, un giorno, il campione dei campioni, alzando al cielo il trofeo londinese. Goran dichiara di vivere solo due settimane l’anno e le restanti in funzione di quelle. Prova, riprova, ma fallisce puntualmente. Si perde, spesso, sul più bello, preso dalla paura di vincere e di essere il migliore, che la fa da padrone, impedendogli di onorare al meglio gli appuntamenti più importanti della carriera. Raggiunge tre volte l’ultimo atto di Wimbledon, senza uscirne mai vincitore. Agassi nel 92’ e Sampras nel 94’ e nel 98’ spezzano il sogno del gigante croato, sempre più triste e demotivato.

Nel 2001, finalmente, avviene la definitiva consacrazione. La classifica di Ivanisevic è molto bassa, tanto da non poter prendere parte al terzo Slam della stagione. Gli organizzatori sono benevoli, conoscono il croato, e gli concedendo una Wild Card con cui presentarsi al nastro di partenza. Il ragazzone si rende protagonista di un torneo magistrale, uno dei più emozionanti della lunga storia inglese, sia dal punto di vista tennistico, ma, soprattutto, da quello mentale. Si sbarazza, senza troppe difficoltà, di sei avversari più quotati di lui, e raggiunge, per la quarta volta, la finale dei Championships. L’incubo sembra materializzarsi nuovamente. Rafter, australiano doc, è un osso duro, non molla mai ed è abilissimo nello sfruttare il minimo passo falso. Il match è teso, nervoso e si protrae fino al parziale decisivo. I servizi, troppo veloci e potenti, la fanno da padrone fino al 7-7. Rafter deve difendere la battuta per evitare di concedere all’avversario la chance di servire per chiudere le ostilità. Ivanisevic inanella una serie di punti mozzafiato in risposta e ottiene il break. Ancora un game, un benedetto game, per coronare il sogno. 40-30: match point. Doppio fallo. Ace. Match point. Doppio fallo. “È destino”, pensa Goran in preda alle lacrime. Voleè vincente. Prega. Match point. Bacia la palla. Rafter non molla. Gran servizio. Match point. È finita! Con un ultimo, potente servizio vincente Ivanisevic si laurea campione. Si  getta sul morbido prato, lo abbraccia come fosse la madre, si mette le mani nei capelli. Non ci crede! Il croato è leggenda.

di Matteo Venuta – ( @matteovenuta ) – Tribunaitalia.it

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