Combattere, lottare, gettare il cuore oltre l’ostacolo, conquistare un centimetro alla volta, dando la vita per quel centimetro; questo è lo sport, questo è il tennis. Il lavoro, il sudore, la fatica pagano sempre, gli sforzi non sono vani. Ma non basta.
Essere il numero uno, vincere tornei importanti è, anche, frutto di una serie di congiunzioni astrali, di vicende estranee al genere umano, di cui solo gli dèi sono a conoscenza. Numerosi sono stati i tennisti capitati nel posto giusto al momento sbagliato, che non sono stati in grado di cogliere vittorie di un certo calibro “per colpa” di divinità tennistiche troppo superiori e potenti. Nascere, dal punto di vista tennistico, in un’epoca di transizione tra generazioni che hanno scritto pagine indelebili del grande libro della storia del tennis, è una fortuna che va colta al balzo, senza farsela sfuggire.
I primi anni del nuovo millennio hanno sconvolto tutto il nobile pianeta della racchetta. Il declino dell’invincibile Sampras, le prime apparizioni di colui che sarebbe diventato, nel giro di qualche anno, il Re, la nascita di piccoli fenomeni che promettevano fuoco e fiamme. Si pensava che potessero monopolizzare il circuito, Hewitt e Roddick, attraverso il loro gioco, tanto diverso da completarsi: anticipo e corsa l’uno, servizio e dritto l’altro. Così non è stato. I due non sono riusciti a conservare nello scrigno di cristallo la chiave che, cordialmente, Pete aveva consegnato loro ed hanno ottenuto un posto nell’aristocrazia tennistica più per demeriti altrui che per prodezze proprie. Hanno, sì, messo in bacheca tornei di spessore assoluto, ma, con l’avvento di racchette calde e baldanzose, non hanno avuto il coraggio, la testa e la continuità necessaria per segnare un’era e consegnarla alla storia sotto il proprio nome. Troppo raffinato e perfetto Federer, troppo determinato ed aggressivo Nadal rispetto al tennis monocorde di Lleyton e Andy; lo spazio, il loro spazio, era terminato ancor prima che cominciasse. Le storie dei due grandi tennisti, molto diverse, presentano una serie di punti di contatto.
Esplodere da ragazzo, vincere un torneo del Grande Slam, provare la sensazione di appagamento, vivere un momento di flessione ed avviarsi definitivamente sul viale del tramonto. Uno, Hewitt, sta tentando di non abbandonare quel mondo che lo ha accolto e cresciuto nel corso della sua vita, sebbene sia attanagliato da continui infortuni e ferite “di guerra”. L’altro, Roddick, ha già percorso quel viale, appendendo la racchetta al chiodo due anni fa, durante gli Open d’America. Proprio lì, negli States, dove tutto ebbe inizio. Per entrambi. Correva l’anno 2001 ed un giovane ragazzo australiano, alto, biondo, occhi azzurri e dotato di un fisico mozzafiato, approda definitivamente nei palcoscenici che contano, iniziando a farsi rispettare ed amare da colleghi ed addetti ai lavori. L’edizione di quell’anno degli US Open può essere considerata come il passaggio di testimone fra il vecchio, campione pluristellato, ed il nuovo che avanza. Sampras, quattro volte vincitore in America, è stato surclassato da Hewitt. L’australiano, spavaldo e coraggioso, non ha ostentato rispetto verso la storia, aggiudicandosi il titolo con relativa facilità, e, di conseguenza, anche la prima posizione mondiale ai danni di Gustavo Kuerten. Morto un Papa se ne fa un altro, si dice.
Tutto il movimento tennistico americano poteva vantare un’ottima soluzione di continuità, affidandosi alle manone giganti di un ragazzo del Missouri. Nel 2003, infatti, una giovane promessa del tennis a stelle e strisce stava definitivamente effettuando il salto di qualità necessario per entrare nella ristretta cerchia dei “Grandi”. Non Sampras, Courier o Agassi, bensì Roddick. Cappello, fisico prestante, servizio fulmineo e grande forza di volontà sono state le armi che hanno contraddistinto A-Rod nel corso della carriera e, in occasione della sua prima finale Slam, non lo hanno abbandonato. Il povero Ferrero, che con il cemento non andava d’accordo, è stato schiacciato dal suo avversario nell’ultimo atto di quell’edizione. Troppo ghiotta la chance per perderla, troppo forte il sostegno di una Nazione intera per non ripagarla nel migliore dei modi. Il primo Major è stato seguito, immediatamente, dalla conquista della prima posizione mondiale.
Andy guardava tutti dall’alto in basso! E Wimbledon? Come ogni grande favola, la trama centrale non può che svolgersi ai piedi della Regina. La commozione dell’australiano si scontra violentemente con l’ossessione, personificata da Federer, dell’americano. La vittoria dell’uno e la serie di sconfitte dell’altro, la coppa d’oro ed il piatto d’argento, la più grande gioia ed il rammarico che strappa il cuore: vittoria e sconfitta sono divise da una linea sottile, che si sente e fa male. Roddick ha lasciato questo nobile sport consapevole delle opportunità sprecate e, siamo certi, che la notte faccia fatica a prendere sonno ripensando alla tremenda, fatale voleè fallita nelle finale del 2009.
Matteo Venuta – Tribunaitalia.it







