di Raniero MERCURI | 07 maggio 2014
C’era un calcio italiano dove la gente affollava le gradinate, dove i biglietti andavano a ruba e la passione si traduceva in domeniche di aggregazione e speranza, di feste e delusioni. Ricordi di uno sport passato, sostituito dalle imprescindibili offerte televisive e dal finto moralismo dei nostri dirigenti.
Sembra passato un secolo. Tuttavia voltandoci indietro e riguardando video, foto e quant’altro, ci accorgiamo che forse “solo” poco più di un decennio ci separa da quello che eravamo. Noi, tutti. Inutile girarci intorno, in fondo la “colpa” è anche nostra, tifosi o addetti ai lavori. Ci voltiamo indietro di una decina d’anni e no, non ci riconosciamo più. Non riconosciamo più quelle domeniche, quegli stadi pieni, quell’aria di festa e di condivisione oramai dimenticata, come una foto ingiallita dallo scorrere inesorabile del tempo e dai cambiamenti (a volte in meglio, a volte no) che ti impone la vita.
Inutile piangersi addosso però. La responsabilità dei cambiamenti di una società, in questo caso di uno sport, vengono decisi a volte danostre scelte e comportamenti. Già, a volte. Perché il lettore potrebbe giustamente obiettare: cosa c’entro io con i gestori di questo calcio tutto business ed economia, arricchimento e clientelismo esasperato, che oramai da quasi quindici anni ha rivoltato come un calzino le tradizioni popolari e quindi sociali legate a questo sport? Domanda lecita. A veder bene l’unica risposta che potrei dare è che la “tua”-“nostra” responsabilità caro lettore, è di non essere stati capaci di opporci a questo “nuovo calcio” quando ancora eravamo in tempo, quando gli usi e costumi domenicali e aggregativi erano ancora ben saldi e l’ “impresa” di cambiare, di cambiarci, poteva ancora sembrare un’utopia. Pensaci un attimo: se quindici-venti anni fa ti avessero detto che la domenica pomeriggio si sarebbero giocate quattro massimo cinque partite su nove ci avresti creduto? E non ti saresti fatto grasse risate se qualcuno ti avesse accennato alla possibilità del calcio d’inizio di un derby (vedi Torino-Juventus del girone di andata), e magari proprio della tua squadra del cuore, alle ore dodici e trenta (si hai capito bene) della “santa” domenica pallonara? O perché no, avresti continuato a ridere come un matto mentre ti dicevano che qualche partita di campionato l’avresti dovuta vedere allo stadio (tu, da anni fedele abbonato) il lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, ma anche venerdì sera? O meglio, senti questa: il lunedì alle diciannove. Dì la verità, avresti pensato ad uno scherzo. Bene, questo è accaduto. Non solo, è accaduto con la “nostra” pressochè totale accettazione e rassegnazione, che ci ha portato a diventare oggi “clienti”, fruitori di un prodotto, e per questo pronti a “goderci” lo spettacolo televisivo e morale di tutto questo circo, ridendo, dibattendo e discutendo animatamente, ma non rendendoci più conto di come siamo entrati a far parte di uno sport “vuoto”, superficiale, come di un reality dai finti abbracci e dalle gioie effimere.
Ci scaldiamo tanto perché vogliamo stadi nuovi, moderni e, giustamente, accoglienti rispetto alle cattedrali del deserto che sono diventati i nostri stadi. Ma allo stesso tempo dimentichiamo che per decenni quegli stadi li riempivamo di passioni, di amori e di sofferenze talmente grandi che sono diventate parte di noi, perché le sentivamo “nostre”, ci sentivamo partecipi del tutto. Lì, in prima persona, all’interno di stadi anche a quel tempo scomodi, spesso costretti sotto autentici temporali, stretti l’un l’altro tra ombrelli e abbracci, assiepati in piedi, seduti, in punta di piedi per riuscire a vedere almeno un pezzetto di campo tra mille teste. Era scomodo, si, però c’eravamo. Tutti.
Ecco perché, caro lettore, permettimi di dire che in fondo la colpa è anche un po’ nostra, che abbiamo fatto passare tutto, ogni cambiamento, come fosse oro colato. Ammaliati dalle splendide immagini televisive, dai mille replay, dal contatto “social” (ma che di sociale hanno davvero ben poco) con i nostri club. Parliamo di brand, di bilanci, di fidejussioni. Forse sbaglio, ci siamo semplicemente rinnovati, aperti al nuovo modo di intendere lo sport: tanta immagine, poca sostanza.
A tal proposito, mi hanno lasciato esterrefatto le ultime dichiarazioni rilasciate da Maurizio Beretta, presidente della Lega Serie A, che rispondendo alle legittime perplessità espresse dal presidente del Coni Giovanni Malagò in merito al campionato italiano a suo dire “livellato verso il basso”, e con sempre minore appeal rispetto al passato e in confronto agli altri più importanti campionati esteri, ha argomentato che “il nostro campionato resta importante a livello internazionale”, aggiungendo incredibilmente che “è un campionato che ha una tenuta eccellente per quanto riguarda le presenze negli stadi”. Comprendendo l’inevitabile tentativo da parte di Beretta di difendere l’immagine sempre più triste del movimento da lui presieduto, mi viene da chiedere: dove ha vissuto negli ultimi quindici anni? Il presidente avrebbe fatto miglior figura, a nostro avviso, se si fosse limitato a precisare che il dato delle presenze negli stadi in questa stagione è solo in minima parte aumentato rispetto alle ultime annate, ma da qui a definire eccellente il numero degli spettatori è francamente inaccettabile oltre che inverosimile. Il confronto rispetto agli spalti gremiti di circa quindici anni fa ed oltre, è imbarazzante. Così come risibile appare il paragone con gli stadi stracolmi del campionato inglese e di quello tedesco, solo per citarne due.
Chiudiamo con un ricordo, che suona oggi come un triste presagio. Stagione ‘99/’2000, Roma Inter, in Curva Sudappare uno striscione: “fermate l’industria calcio”. Forse era già troppo tardi.







