Non avrai altro Dio all’infuori di Totti

L’uomo dei record, simbolo di un amore lungo 23 anni e ultimo vero fuoriclasse rischia ancora di essere il limite alla crescita collettiva della Roma. Almeno finchè lui si sentirà una primadonna

Nell’antica Grecia, mettere in un dubbio l’esistenza degli dei era un vile reato che poteva costare l’accusa di empietà e relativa condanna. A Roma succede qualcosa di molto simile quando si prova a criticare, discutere o semplicemente analizzare in senso critico tutto quello che ruota attorno a Francesco Totti. Il capitano, l’ottavo re di Roma, la bandiera, quello che è rimasto: un dio per il popolo giallorosso. Come in tutte le cose però, anche la religione ha i suoi pro e contro.

Credo in un solo Dio Per quanto riguarda me, a scuola durante l’ora di religione era una pacchia. Fino a quando, accecata dallo Spirito Santo, la professoressa decise di farci una verifica scritta: lì la mia fede cominciò a vacillare. Calcisticamente parlando, l’unico lato negativo è lo stesso che una dottrina ecclesiastica può farci riscontrare nella vita di tutti i giorni. Il dogmatismo, ossia il credere a prescindere.

Per credere in Francesco Totti, non bisogna aspettare miracoli. Il pupone i sogni li realizza, smentendo tutti i suoi detrattori ogni volta che ha l’occasione di entrare in campo. Per statistiche e numeri da capogiro, consultate almanacchi e archivi oppure anche solo Wikipedia. L’ultimo saggio di classe lo ha dato domenica scorsa contro la Sampdoria, assist e rigore decisivo.

Caos tra gli uomini Quando l’operato di Dio è tangibile, la massa applaude, gongola, spera. Quando arrivano le pestilenze, il popolo mormora, pensando che le piaghe siano arrivate perché qualcuno ha offeso Dio e questi, giustamente, si è momentaneamente eclissato. Dunque gli immigrati, le commissioni variabili al prelievo dallo sportello bancomat, gli armadi pieni di scarpe da donna inutilizzate e l’accorgersi che la carta igienica è terminata nel momento del bisogno, sono tutti segnali della suscettibilità divina.

Tradotto: quando alla Roma le cose non vanno è perché non gioca Totti, la colpa è di chi lo tiene fuori, dei giocatori che non sono al suo livello. Il talento di Francesco non è mica colpa sua, certo è che questo – giusto – attaccamento morboso non agevolerà mai una crescita totale da parte di squadra e tifoseria. Dopo la prestazione contro i doriani, sono già partiti i caroselli per far giocare Checco fino all’infinito e oltre, spargendo liquame sul resto della truppa giallorossa.

Libero arbitrio È chiaro che la riflessione sembra sterile ma il distacco, spesso, è l’unico modo per andare avanti. Per quanto eterno campione, anche il capitano a volte è sembrato più interessato al mantenimento del suo status che ad una vera e propria crescita collettiva. Esempi. L’inizio dell’era Garcia – luglio 2013 – era cominciato con questa frase: “Se mi piace questa maglia della Roma? Ne ho indossate tante ma questa è l’ultima”. Il tutto con un contratto in scadenza e una lupa da addestrare dopo il fallimento di Zeman e la tragedia nella finale di Coppa Italia con la Lazio.

L’ultimo episodio, il più eclatante, è avvenuto lo scorso febbraio. Spalletti aveva ripreso da poco il suo posto a Trigoria e, come un fulmine a ciel sereno, arrivano le dichiarazioni di Totti: “Non mi piace stare in panchina: finire la carriera così è brutto per l’uomo e per quanto dato alla Roma”. Uno sfogo condivisibile ma più da prima Repubblica che da personaggio simbolo, le parole di chi non molla la poltrona.

E adesso che vuoi fare sapientone? Cacciare uno come Totti? Certo che no, risponderò io. Sarebbe bello che Totti capisse la sua grandezza, la sua importanza ma anche in che anno siamo. Perché ormai sono quasi 40. Questo è un po’ quello che viene chiesto a tutti i tifosi. Aiutare come si può, consci della realtà.

Altrimenti non è fede. È bigottismo.

Luca Villari

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