AS Roma: la necessità di fare quadrato difendendo sè stessi

Perdere un derby non fa mai piacere, soprattutto se questa volta era fondamentale per chiudere la prima parte di stagione e stabilizzarsi nelle zone calde della classifica. Ciò che risalta agli occhi – però – non è tanto il risultato che ci può stare in una partita dove non esiste tattica o strategia vincente ma è quanto accaduto da un momento preciso del match. L’atteggiamento della Roma era quello giusto, i giallorossi sono scesi sul terreno di gioco dell’Olimpico con il sangue negli occhi e quella cattiveria agonistica necessaria per onorare quanto di bello hanno fatto dirigenza e tifoseria. La stracittadina con il record di spettatori, una coreografia maestosa: tutto lo stadio dipinto di giallo e di rosso (ad eccezione della Curva Nord), con fumogeni in Tribuna Tevere e lo spettacolo autonomo della Curva Sud. Tutto è stato quasi perfetto fino al minuto 29, quando una leggerezza difensiva del tandem Rui Patricio-Ibanez ha regalato a Felipe Anderson un’occasione da non sprecare. Il gol degli avversari ha scosso i sentimenti di tristezza della squadra giallorossa. Eppure Josè Mourinho ha insegnato a non arrendersi mai e Nicolò Zaniolo ha potuto testare sulla sua pelle le parole dello Special One; corsa prepotente e tiro improvviso diretto alle spalle di Provedel: traversa. Da quel momento il morale è sceso sotto terra. Di questo derby rimane un’immagine iconica: Lorenzo Pellegrini che dona un buffetto di incoraggiamento al compagno brasiliano per rincuorare il compagno in difficoltà, come si fa in una famiglia. Un gruppo sostanzioso e solido in grado di invertire la rotta, quella strada che (ahimè) ieri pomeriggio non è stata intrapresa. Match scialbo delle due compagini dalla mezz’ora in poi. Al minuto 88’ si accende un parapiglia davanti alla panchina di Sarri ed è lì che gli animi si scaldano. La sfera finisce tra le braccia di Radu che nasconde la sfera – con un furbizia – dall’arrivo di Rui Patricio, proprio quello che è mancato ai giallorossi: la scaltrezza. Scegliere da che parte stare è più che mai decisivo. L’ennesimo sold out casalingo deve – assolutamente – avere dei vantaggi anche in campo. Ciò che fa rabbia è proprio quello, il carattere di alcuni calciatori rei di non aver messo la cattiveria giusta e di non aver giocato a pallone. Mourinho ha anticipato alla stampa il problema: manca fantasia e iniziativa personale. Mai una parola fuori posto per chi vive di emozioni, il gruppo come diktat di una carriera da vincente. Mourinho esprime il suo massimo splendore con due caratteristiche principali: la tigna calcistica e due elementi in rosa (i cosiddetti top player). Fin dal principio – Benfica e Uniao Leira escluse – ha sempre avuto bisogno di almeno due pezzi da novanta; Deco-McCharty, Lampard-Drogba, Ozil-Cristiano Ronaldo, Snejder-Milito, Matic-Lukaku in ogni avventura il lusitano ha chiesto almeno due pedine fondamentali. In questa stagione, però, la sfortuna è piombata all’interno di Trigoria con gli infortuni di Wijnaldum e Dybala e si è interrotto il core business dell’allenatore che dovrà puntare fino alla sosta sulla tempra dei calciatori. La sosta, a questo punto, non può che far bene alla Roma. Questo derby è fondamentale per far apprendere un concetto importante: nella famiglia – o in un gruppo – non è necessario avvicinarsi solo quando si vince ma bisogna fare quadrato soprattutto nei momenti difficili. Avere la stessa maglietta significa essere fratelli e lottare per lo stesso ideale. Quanto prima bisogna entrare nell’ottica che Roma difende Roma, nei momenti nefasti come nei momenti gloriosi.

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Bruno Bertucci

Amante di tre sport in particolare: calcio, pallone e football. Difensore ad oltranza del bel gioco e dei tifosi, quelli caldi. La scrittura unita alla passione non può che far nascere gemme preziose.

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