di Federico LATTANZIO
Le due finaliste dell’ultimo campionato europeo tornano a casa dopo le sole tre partite del girone. Un disastro impensabile alla vigilia della manifestazione brasiliana.
La selezione di Vicente Del Bosque, ai nastri di partenza dei Mondiali 2014, risultava ancora tra le favorite. Chi avesse seguito le ultime stagioni di Liga e le idee del commissario tecnico iberico in questi anni, tuttavia, nutriva qualche dubbio. Gli elementi da verificare sul campo c’erano, a partire dall’affidabilità e dalla fame di alcuni giocatori, non più giovanissimi e già conquistatori di ogni trofeo esistente fra squadra di club e nazionale. L’Italia di Cesare Prandelli, dal canto suo, partiva con maggiori difficoltà ma nel proprio girone era certamente accreditata come possibile qualificata. È sempre facile parlare con il senno del poi, ma qualche ipotesi sui perché di un tale disastro è doveroso provare ad avanzarla.
Si deve iniziare dalle scelte dell’allenatore di Salamanca in merito ai convocati, soprattutto dalla cintola in avanti. Sono rimasti a casa Fernando Llorente, Jesús Navas e Álvaro Negredo. Rinunce più che eccellenti, considerando anche la buona annata, se non ottima, disputata dai tre. Rinunce, inoltre, ancor più dolorose tenendo presenti le chiamate di David Villa, Fernando Torres e Juan Mata, elementi che non brillano da tempo. Discorso simile per Borja Valero. Il centrocampista della Fiorentina poteva essere più che utile, alla luce della condizione scadente di gente come Xavi Hernández e Sergio Busquets. Non è tutto: Isco e Thiago Alcántara? Il giovane talento del Real Madrid non è stato affatto straordinario né in campionato, né in Champions League. Ma la sua freschezza e la sua infinita qualità potevano rappresentare una risorsa importante. Medesimo discorso per il campioncino del Bayern Monaco. Ancora sulle scelte di Vicente Del Bosque, ma a livello puramente tattico: puntare nuovamente sul modello Barcellona, nonostante i blaugrana nell’ultima stagione abbiano deluso e non poco, è parso un azzardo quasi anacronistico. Troppe forse le pedine della squadra catalana in campo negli undici titolari, per lo meno nella gara iniziale contro l’Olanda, quella che manifestava le idee attraverso cui il selezionatore iberico aveva preparato l’appuntamento mondiale. Troppo poco lo spazio concesso a calciatori che hanno brillato nell’annata fantastica dell’Atletico Madrid, nonostante sia stata molto logorante. Juanfran e Koke, ad esempio, meritavano probabilmente più minutaggio. L’appagamento di un gruppo già vincente in Sudafrica e conquistatore anche di due titoli europei consecutivi, peraltro, ha certamente rappresentato un ulteriore fattore di difficoltà, seppur minore.
È altrettanto doveroso analizzare le convocazioni di Cesare Prandelli, il quale ha lasciato fuori gente giovane, fresca, desiderosa di mettersi in mostra a livello internazionale. Il riferimento va in particolare ad attaccanti quali Giuseppe Rossi e Mattia Destro, o a un tuttofare come Alessandro Florenzi. Sul bomber della Fiorentina la questione è delicata: l’infortunio al ginocchio lo ha praticamente privato di tutta la seconda parte di stagione, ma il recupero si era concluso a maggio e portare un talento del genere poteva far comodo. Mentre sui due romanisti l’iniziativa del commissario tecnico è parsa più una clamorosa bocciatura dell’annata giallorossa, incredibile visti i risultati ottenuti dai capitolini e le statistiche di questi due ragazzi. In difesa e a centrocampo, tutto sommato, gli elementi erano quelli (a parte Criscito e uno tra Astori e il “vecchio” Biava, che potevano essere utili). Il che accentua la consapevolezza di una pericolosa povertà del movimento calcistico italiano. Non basta. Puntare sul blocco Juventus, come l’allenatore di Orzinuovi ha sempre fatto, non ha pagato. E le avvisaglie c’erano, riflettendo sui fallimenti bianconeri nelle coppe europee in questi anni. Capitolo modulo: la nazionale italiana è stata l’unica o quasi, tra le più blasonate, a schierarsi in maniera veramente troppo difensiva. Prima un 4-1-4-1, poi il 3-5-2. Sarebbe forse tempo di cominciare a programmare un calcio diverso, propositivo. E poi le scelte nelle singole gare. Esempio lampante ne è la sfida decisiva contro l’Uruguay: nel momento di maggiore difficoltà, quello dell’inferiorità numerica, quando si aveva bisogno di qualcuno che ripartisse con velocità portando la palla più avanti possibile, mettere dentro Cassano per Immobile, lasciando fuori uno come Cerci, è sembrato un errore.
Se la Spagna ha comunque davanti a sé un futuro, grazie ad una generazione di giovani talenti di enorme prospettiva (i già menzionati Isco e Thiago Alcántara, e i vari Jese, Morata, Bartra e Deulofeu), l’Italia non pare nella stessa situazione rosea. Tutt’altro. Il che dovrebbe far riflettere parecchio i dirigenti, quelli della Federazione e quelli dei diversi club, sul percorso da intraprendere per cambiare le cose, al più presto. Considerando anche l’annuncio delle dimissioni di Cesare Prandelli e Giancarlo Abete.







