di Raniero MERCURI
da Football Mag, Numero 08, pag. 11-12
Aria di protesta nel calcio italiano, sono ormai diverse le società che devono far fronte alle rimostranze delle proprie tifoserie, in un calcio sempre più distante dalla gente, autentico motore del circo “pallonaro”, che fatica ormai a riconoscersi nelle persone che dovrebbero invece rappresentarla.
Un vento di malumori, insofferenze, incomprensioni. Questo e tanto altro ancora è quello che sta emergendo di recente nel calcio italiano, trascinando quel che rimane di un grande fenomeno sociale che aggrega di milioni di personein una crisi sempre più profonda. E il riferimento qui non èal delicato (eufemismo) momento economico in cui versa il paese e quindi anche il sistema calcio, quanto ad una crisi morale e quindi valoriale, di rapporti lacerati, di promesse deluse, di rappresentatività fittizie.
Quella che una volta era la tua squadra, il primo gioco da bambino, quella con la quale sei cresciuto e diventato “follemente” consapevole che non ti avrebbe mai abbandonato, almeno lei no, perché ti ci saresti riconosciuto per sempre, come uno specchio eterno dell’anima. Spesso tramandata da padre in figlio, o da uno zio, un parente, un amico di famiglia, o semplicemente perché vedendo per la prima volta quei colori o provando un’emozione per un gol, decidesti che era quella li la squadra nella quale ti riconoscevi, la tua scelta l’avevi fatta, impossibile cambiare o tornare indietro.
Ma tutto ciò implica il fatto che i responsabili che hanno il privilegio di gestire e prendersi cura di questi migliaia e migliaia di sentimenti, diremmo quasi di queste “anime calcistiche”, agiscano nella piena rappresentanza del popolo che rappresentano in quanto presidenti o autorevoli dirigenti delle stesse società, perché ogni squadra e quindi ogni tifoseria ha le sue tradizioni, se vogliamo una sua specifica “collocazione sociale” all’interno del sistema calcio, che deve essere rispettata e della quale il primo dirigente deve essere il custode, non ergendosi su un piedistallo sovrastante la volontà popolare, ma continuando semplicemente il percorso avviato dai suoi predecessori e legato a doppio filo alle radici del club che rappresenta.
L’insofferenza che riscontriamo in questo preciso momento storico in seno a diverse tifoserie riguarda proprio questo: il non sentirsi rappresentati da chi è a capo della loro “squadra del cuore”, come si usa dire, e quindi anche, perché no, da chi un pezzetto di quel cuore lo gestisce. Il caso più eclatante, che va avanti tra alti e bassi ormai da diversi anni ma che proprio in questo ultimo periodo appare più accentuato, è quello relativo alla tifoseria laziale e ai rapporti sempre più critici con il presidente Claudio Lotito, reo a parere della maggioranza dei tifosi di non essere mai riuscito ad incarnare quei valori nei quali diverse generazioni di tifosi si sono da sempre riconosciuti; una contestazione che ha trovato la sua massima espressione durante la recente gara tra Lazio e Sassuolo e che non sembra voler cessare. Un infinito muro contro muro,dove da una parte si chiede un’apertura a constatare se ci sia qualche altro imprenditore interessato ad acquisire il pacchetto di maggioranza del sodalizio biancoceleste, mentre dall’altra vi è un netto rifiuto da parte del presidente, che invece rilancia rivendicando la legittimità della sua leadership in virtù dei risultati raggiunti a suo avviso negli ultimi dieci anni.
Un altro rapporto turbolento è certamente quello che va avanti da un po’ di tempo in una piazza dal glorioso passato come quella di Bologna, dove la tifoseria rossoblu punta il dito contro la presidenza di Albano Guaraldi, al quale viene imputato, oltre il pesante indebolimento della rosa (ad esempio la recente cessione dell’ex capitano Diamanti, ora in Cina con Lippi), anche la mancata predisposizione ad aprirsi ad un confronto con la gente, l’assenza di un qualsiasi tipo di legame e di unione con chi ha a cuore le sorti della squadra felsinea. A tal proposito, è di qualche giorno fa la notizia di una manifestazione in città in cui circa millecinquecento persone hanno animatamente “chiesto” al presidente di farsi da parte, o quantomeno di capire se ci sia o meno la possibilità di cedere il club a qualche altro imprenditore interessato. Guaraldi, apparso molto provato e nervoso, dopo essersela presa furentemente con i giornalisti presenti definendoli addirittura “sciacalli” e “avvoltoi”, colpevoli a suo avviso di esasperare una situazione già rovente, ha comunque aperto alla possibilità di cessione qualora si presentassero acquirenti affidabili, affermando poco dopo che in caso di una malaugurata e drammatica retrocessione nella serie cadetta tutto l’organigramma societario sarà costretto inevitabilmente a farsi da parte.
Solo apparentemente diversa appare la contestazione in casa Milan. Vista così potrebbe essere facilmente classificata come la classica contestazione da mancanza di risultati, sul finire di una stagione a dir poco fallimentare. Ma osservandola meno in superficie, ci si accorge che probabilmente il popolo rossonero “sente” in qualche modo che qualcosa sta cambiando all’interno della società, che forse siamo ai titoli di coda della storia milanista di Adriano Galliani, amministratore delegato del club e braccio destro del presidente Berlusconi, che ha rappresentato la squadra rossonera per quasi trent’anni, portandola più volte sul tetto d’Europa. Il riferimento è anche ovviamente alla questione ancora profondamente irrisolta riguardante l’avvento in società di Barbara Berlusconi e il difficile rapporto con lo stesso Galliani, che inevitabilmente (quantomeno per ragioni anagrafiche) tra non molto tempo porterà ad un ribaltone definitivo in seno alla gestione del club.
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