Prima vicinissimo al Venezia, poi il ritorno al Monza di Galliani, dato per certo, sfumato negli ultimissimi minuti prima della mezzanotte ; Mario Balotelli è stato protagonista di una sessione invernale di calciomercato all’insegna di quello che potrebbe essere sottotesto di tutta la sua carriera, il “potrei ma non voglio”. Così, prossimo ai 35 anni, sembra essere davvero all’epilogo l’avventura di Supermario in Serie A, dove ha collezionato 147 presenze e 52 gol. Promessa di futuro disattesa con una vocazione all’eccesso e all’indisciplina che ne ha causato gli strali di allenatori e benpensanti, l’enigma incarnato da Balotelli continua a esercitare un magnetismo senza eguali nella nostra Serie A, in un incessante alternarsi di odio e amore con stampa e tifosi. Ultimo “bad boy” del calcio italiano, non si è mai sottolineato abbastanza quanto il suo flirtare con la mondanità non sia mai sfociato nella pulsione autodistruttiva che ha divorato fuoriclasse come George Best, Paul Gascoigne e Maradona.
Assai presto, forse dal celebre lancio della maglia al termine della semifinale di Champions League del 2010 tra Inter e Barcellona, Balotelli ha rifiutato il ruolo di enfant prodige, di predestinato per vestire quelli di villain, in costante sfida con la realtà circostante.
Il rifiuto che più gli è costato caro, in termini di consenso, è stato quello di simbolo di una nuova italianità, in cui il colore della pelle non era più univocamente rappresentato dal bianco caucasico, SuperMario non ha mai accettato di essere il testimonial di una narrazione che lo avrebbe voluto accomodante agli occhi di un’Italia ancora incerta nell’abbracciare una nuova identità collettiva, aperta alla multiculturalità. A chi gli chiedeva di interpretare il ruolo del diligente e responsabile homo novus dell’interrazzialità, lui ha sempre risposto con il ghigno beffardo e spacconate diventate con gli anni garanzia di spettacolo, non necessariamente edificante, dentro e fuori dal campo.
Così ad ogni gol e invenzione sul terreno di gioco, è andata a corrispondere una polemica al di fuori, ora per la sua movimentata vita privata, ora per l’indolenza e la precaria condizione atletica. Balotelli sfugge così alle pressioni indossando la maschera del Franti, il personaggio negativo nel Cuore di DeAmicis di cui prese le difese Umberto Eco in un celebre scritto apparso su Diario Minimo. La caratterizzazione deamicisiana “Una faccia tosta e trista … che fu già espulso da un’altra sezione” potrebbe essere bio di Instagram di SuperMario, così come la naturale dissacrazione verso tutto ciò che è considerato opportuno nel senso comune, spesso trascesa nella sfrenata irriverenza, che accomuna i due.
In lui non c’è separazione tra pubblico e privato, a una rabona geniale segue una polemica con Boban e Marocchi, al tentativo fallito di segnare con il tacco solo davanti al portiere in un’amichevole estiva con la maglia del City segue lo screzio con un Roberto Mancini furioso. La partita per lui non finisce mai al 90′, ma continua in un duello estenuante caratterizzato da una verbalità sfacciata e affilata, guidato da Raiola sulla centralità della comunicazione, ancor prima dell’esplosione del mondo social; non a caso è ad oggi il calciatore italiano con più follower su Instagram con 13.5 milioni, per intenderci Sinner è “soltanto” a 3.5 milioni.
Seguito, amato o detestato che sia, perchè in lui si ravvisa una follia e una inquietudine che lascia sempre aperta la possibilità dell’imprevisto, in definitiva dell’umano. In un’epoca in cui algoritmi ed equilibrismi dialettici sono tesi all’unanime approvazione, in campo calcistico e non solo, con il minimo margine di errore, ecco quindi che un dribbling o una sassata dai 45 metri sono puro ossigeno, al pari di un battibecco con giornalisti, allenatori e tifosi.
Mino Raiola, suo mentore e procuratore storico, diceva che la ragione del duopolio Ronaldo-Messi era dovuta al fatto che Balotelli esprimesse soltanto il 20 % del suo potenziale. Iperbolico, ma spiega il perchè tutti almeno una volta abbiamo pensato che potesse diventare la prima punta dominante degli anni dieci, dotato di una potenza fisica senza eguali e di una fionda sul piede destro. Il sottrarsi al destino di fenomeno, non facile da sostenere quando si è giovani e non strutturati, lo ha portato comunque a vincere, tra le altre cose, la Champions League e la Premier League, unico italiano nella storia, da protagonista dell’ eroico assist servito ad Aguero all’ultimo secondo utile del leggendario 3-2 al QPR della stagione 2010-2011, con un gesto paragonabile a quello di un quarterback NFL che trova il ricevitore con un hail mary pass all’ultimo secondo del Superbowl.
Il malinconico addio che sembra profilarsi nulla toglie all’entusiamo che Mario Balotelli ha acceso negli animi di milioni di tifosi nei suoi 15 anni di carriera, beffardo e sempre fedele a quanto diceva Carmelo Bene:” Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”.







