Il fallimento perfetto, un declino che nessuno vuole vedere

E’ successo di nuovo, per la terza volta siamo fuori dal Mondiale, e forse fa male in modo diverso. Non è più lo shock del 2018 o l’incredulità del 2022, veder sfumare il Mondiale per la terza volta consecutiva è diventato un rumore di fondo, una rassegnazione sorda che è forse il segnale più preoccupante di tutti. Siamo diventati la nazione che guarda gli altri giocare, che osserva le feste altrui dalle fessure delle tapparelle, convinta che, in fondo, sia solo questione di sfortuna. Ma la verità è che questo deserto azzurro è lo specchio fedele di un movimento che ha smesso di produrre bellezza, idee e, soprattutto, futuro. Non è sfortuna, non è un episodio, non è nemmeno più uno scandalo isolato.

È una condanna che ci siamo costruiti nel tempo, pezzo dopo pezzo. Continuare a ridurla a un rigore sbagliato o a una partita storta è quasi offensivo per l’intelligenza di chi guarda, la verità è che ci siamo abituati. Ed è forse questo il segnale più grave. Guardiamo le altre nazionali giocarsi il Mondiale ormai da 12 anni e lo facciamo con una rassegnazione quasi comoda, come se appartenesse a un altro sport, ci raccontiamo ancora di essere una grande scuola calcistica, ma sempre al passato, siamo diventati una nostalgia ambulante, un archivio di ricordi più che un movimento vivo.

Invece di interrogarci su questo vuoto, passiamo le domeniche a vivisezionare un fermo immagine del VAR. Ci nutriamo di polemiche arbitrali come se fossero l’unico ossigeno rimasto, trasformando ogni fischio in un complotto o in un alibi. È una distrazione di massa comodissima: finché parliamo del centimetro di un fuorigioco, non dobbiamo parlare dei chilometri di distanza che ci separano dal calcio d’élite. Ridurre tutto a un episodio è il modo più rapido per non ammettere che il nostro problema non è un fischio sbagliato, ma un sistema tecnico e strutturale che fa acqua da tutte le parti.

Viviamo in una sorta di nostalgia cronica, siamo quelli che inseguono i nomi che brillavano cinque anni fa, che cercano il colpo a effetto con campioni a fine carriera come Modrić, Lukaku o Lewandowski (nome più caldo delle big italiane per il prossimo anno) trattandoli come salvatori della patria invece che come investimenti a perdere. È la paura di rischiare che ci frega, preferiamo il “porto sicuro” di un passato glorioso alla scommessa incerta di un giovane talento. E così, mentre all’estero i ventenni prendono il comando, noi continuiamo a coccolare l’usato garantito, convinti che la qualità sia qualcosa che si compra al mercato dell’antiquariato e non qualcosa che si coltiva sul campo. Il risultato? Un gap con il resto d’Europa che non si colma a parole, ma che si allarga a ogni stagione, quasi in silenzio, mentre noi siamo impegnati a difendere il nostro piccolo giardino autoreferenziale.

Ciò che fa più rabbia non è la debolezza in sé, ma l’incapacità di reagire. Ognuno protegge il proprio interesse, la propria poltrona, la propria narrazione, mentre la visione d’insieme svanisce. Il calcio italiano è rimasto fermo alla stazione mentre il treno dell’evoluzione è passato a velocità doppia. Ci raccontiamo che basterà un episodio fortunato o una singola vittoria per tornare grandi, ma il calcio non fa sconti e non aspetta chi decide di non rinnovarsi. Siamo rimasti a guardare il passato, e il rischio, oggi, è che il futuro impari a fare a meno di noi.

Cristiano Peconi
Cristiano Peconi

Fondatore e Direttore Responsabile dal 2010. Una passione che si è trasformata in lavoro.

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