Il Senegal vince la Coppa d’Africa nella notte folle di Rabat

Un rigore fantasma, un ammutinamento e un cucchiaio suicida. Nel caos totale di Rabat, il Senegal resiste all’arbitro, al Marocco e al destino, trovando nei supplementari una vittoria che rende giustizia al calcio.

Mandatory Credit: Photo by Ulrik Pedersen/CSM/Shutterstock (16368039bz) Pape Alassne Gueye of Senegal celebrate during a AFCON Africa Cup of Nations Final game, Morocco vs Senegal, at Prince Moulay Abdellah Stadium,, Rabat, Marocco AFCON Africa Cup Of Nations Final: Morocco Vs Senegal, Rabat, USA - 18 Jan 2026

È successo davvero di tutto, in una finale più confusa di un suk arabo all’ora di punta, con la pioggia a fare da scenografia e l’arbitro da piromane. Il Senegal conquista la sua seconda Coppa d’Africa, dopo quella del 2022, spegnendo i sogni del Marocco padrone di casa, che resta a un rigore dal bissare il trionfo di mezzo secolo fa.

Al Prince Moulay Abdellah di Rabat, sotto un diluvio degno dell’Arca di Noè e alla presenza di Gianni Infantino e dell’intero establishment CONCACAF, la finale si chiude 1-0 grazie al gol di Pape Gueye, mezzala del Villarreal, nel primo tempo supplementare. Ma sarebbe un errore di superficialità fermarsi al risultato: ciò che resterà negli annali è il delirio assoluto esploso al termine dei tempi regolamentari, una sequenza di eventi assurdi, caotici, violenti e a tratti grotteschi, con un protagonista indiscusso: l’arbitro Jean Jacques Ngambo Ndala della Repubblica Democratica del Congo. Ovviamente, in negativo.

La miccia si accende negli otto minuti di recupero di una partita fin lì bloccata sullo 0-0 e sostanzialmente controllata dal Senegal. Ngambo prima annulla ai Leoni di Teranga un gol regolarissimo, poi (come se non bastasse) si rifugia al VAR, letteralmente scortato dagli addetti in campo, per assegnare al Marocco un rigore fantascientifico per una trattenuta tanto lieve quanto reciproca tra Diouf e Brahim. Un fallo che in qualsiasi incontro UEFA sarebbe stato archiviato con un’alzata di spalle. Per un tifoso italiano, il flashback è immediato: Byron Moreno, Corea 2002, trauma irrisolto.

Galeotto fu il cucchiaio

Mancherebbe un giro di lancette alla fine. Da lì in poi, il caos. Litigi in campo, invasione di tifosi senegalesi, botte da orbi dietro la porta, sedie e oggetti che volano come coriandoli a Carnevale. In mezzo al campo, i giocatori del Senegal abbandonano indignati il rettangolo verde, pronti (istigati dal CT) a perdere la finale a tavolino pur di non piegarsi al regime di Ngambo. L’ira monta più veloce della nebbia, dal tunnel emergono voci adirate che non risparmiano insulti a nessuno Tutti perdono il controllo tranne uno: Sadio Mané. L’ex Liverpool capisce che lasciare il campo significherebbe dire addio anche alla gloria. Così corre negli spogliatoi, richiama i compagni e li riporta fuori, giusto in tempo per assistere al rigore, preceduto dal consueto rito pagano della profanazione del dischetto a calci. Scene difficili da descrivere, dicono i commentatori di Sportitalia, decisamente spiazzati dalla piega degli eventi.

Sul pallone si presenta Brahim Diaz, vecchia conoscenza della Serie A, fin lì evanescente come una comparsa. Siamo al 114’, 24 minuti oltre il 90. Nervi a pezzi, ammonizioni a raffica, tensione palpabile. E Brahim cosa fa? Avrebbe detto Totti: “mo’ je faccio er cucchiaio”. Detto, fatto. Un Panenka molle, timido, quasi imbarazzante, più morbido di quelli dell’Eccellenza. Edouard Mendy ringrazia, accoglie il pallone tra le braccia come un regalo da scartare, restituisce il pallone e l’arbitro fischia la fine. L’ex scoppia in lacrime, viene consolato da tutti, ma lo sguardo è perso nel vuoto. La gravità del suo gesto gli si è spalancata davanti agli occhi, pronta a perseguitarlo per molti mesi a venire.

Iniziano quindi i supplementari, ed ecco che calcio (o il suo Dio, ove esistente) prova a rimettere ordine. Al 95’, Pape Gueye approfitta di una palla persa da El Aynaoui, corre come un forsennato, protegge palla col fisico e dai venti metri scaglia un sinistro sublime all’incrocio, battendo l’incolpevole Bounou. A Dakar parlano di giustizia divina. Il Marocco, senza più Brahim, prova l’assedio, ma è un possesso palla raffazzonato, nervoso, di chi con la testa è già altrove. Nel secondo tempo supplementare Bounou compie un miracolo su Cherif Ndiaye, che sulla ribattuta spedisce incredibilmente fuori a porta vuota: il 2-0 sfuma per un soffio.

Intanto l’ordine è ristabilito: polizia ovunque, tifosi senegalesi di nuovo ai loro posti, tamburi che rullano pesanti come una colonna sonora ipnotica. È il sottofondo perfetto per una serata surreale che finalmente si chiude. Il Senegal può festeggiare non solo un titolo in casa degli avversari, ma soprattutto uno scampato disastro: una sconfitta decisa da una farsa arbitrale avrebbe fatto a pezzi la credibilità del calcio più amato al mondo. È una storia profondamente africana, che non fa bene al calcio africano. Ma da qualche parte, a Dakar e dintorni, qualcuno può ancora credere che la giustizia divina, ogni tanto, scenda in campo.

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