A partire dalle categorie giovanili, fino ad arrivare alla Nazionale maggiore in corsa per i maggiori trofei internazionali, l’uomo che dirige la squadra a bordo campo è l’anima, la mente e il motore del gruppo dei giocatori. Le sue competenze devono includere un’accurata gestione della comunicazione, un’innata capacità a ricoprire un ruolo di leadership anche nei confronti di spogliatoi zeppi di stelle del pallone, insieme ad una visione d’insieme che non perde mai di vista il gioco e l’obiettivo finale, anche a costo di scelte difficili. Oggi, analizzeremo brevemente alcune delle caratteristiche che hanno reso grandi alcuni tra i più famosi CT.
La ragione, la tecnica e il cuore
Durante la partita, gli occhi di Antonio Conte sono costantemente fissi sui movimenti dei suoi giocatori. Nel calcio di Conte, il metodo principale è la concentrazione sul risultato da raggiungere. Ed è per questo che le squadre guidate dall’ex centrocampista juventino sembrano avere tutte una caratteristica in comune: la fame di vittoria. Il successo non è solo la perfezione tecnica, ma anche l’impegno, la puntualità, la serietà e l’abnegazione. Conte sa schierarsi dalla parte dei suoi, gli fa scudo contro gli attacchi della stampa, si prende tutte le responsabilità. Perché in campo non devono esserci distrazioni, ma solo un gruppo che cerca il gol.
A testa bassa, per ripetere schemi che possono risultare vincenti durante il prossimo confronto in campo: il rigore, alle volte al limite del maniacale, di Maurizio Sarri è senza dubbio l’elemento principale della sua filosofia di allenamento. Lavoro duro, senza concedere (quasi) niente al caso. Sarri è stimato da molti dei suoi colleghi proprio per questo, nonostante il suo carattere spesso un po’ spigoloso non gli permetta sempre di godere dei favori della stampa. La doccia fredda dell’esonero dalla Juve non ha fermato la sua carriera, che è adesso legata alla Lazio.
Per parlare di cuore, quello di un allenatore che infiammava la panchina e scaldava la curva, dobbiamo fare un piccolo passo indietro, fino al 1993, l’anno in cui Carlo Mazzone, dopo aver girato diverse panchine di club italiani, arrivava alla Roma. Mazzone non era solo il CT, era quasi il padre affettuoso di quel gruppo capitanato da Giuseppe Giannini. Pochi come lui hanno saputo dimostrare serietà e impegno, senza paura di far trapelare la profonda emozione provata ad ogni sfida.

Come gestire la squadra, tra gioco e società
Quando si entra nel mondo del professionismo, le sfide da affrontare si moltiplicano, sia in campo che fuori. Il CT deve saper gestire le sue risorse in modo ottimale anche in presenza di un calendario ricco di appuntamenti: un compito che spesso mette a dura prova anche gli allenatori più esperti. E, per quanto riguarda le grandi società, questo significa considerare, oltre ai tempi di recupero, anche le trasferte ed eventuali sessioni di allenamento extra, dovute alla partecipazione a competizioni internazionali.
Lo sa bene Roberto Mancini, il principale responsabile della rinascita della nazionale, colui che ha saputo raccogliere le ceneri di una gestione piuttosto mediocre delle tante risorse calcistiche italiane, riportando sul campo un gruppo affiatato, tecnicamente preparato e, finalmente, anche divertente da guardare. Il calcio di Mancini è veloce e pieno di quella grinta indispensabile a formare il tessuto di una squadra solida, ma che riesce ad essere anche imprevedibile. L’uomo Mancini è asciutto ed essenziale, ed ha tra i suoi idoli Michael Jordan, gran campione e motivatore. Gestire un gruppo potenzialmente “scollato” come quello della Nazionale, d’altronde, è un privilegio, ma anche una sfida che solo i più grandi sanno affrontare.
La Roma è forse la squadra dove si continua a sentire pesantemente il clima di una società che deve ancora assestarsi dopo i recenti avvicendamenti ai vertici. Dopo varie vicissitudini, sulla panchina giallorossa approderà José Mourinho, che sembra essere già in buona sintonia con l’attuale gestione Friedkin. Uomo dalla forte personalità e che, per sua stessa ammissione, lavora al meglio quando sente la passione vibrare sia in campo che fuori.

Il metodo dei mister vincenti
L’importanza dell’unità e della coesione del gruppo è sempre stata alla base del pensiero di Marcello Lippi. Niente deve essere affidato al caso, perché una vittoria non si raggiunge attraverso il genio del singolo, ma con un lavoro che porta ciascun componente della rosa a dare il meglio di sé e diventare, quindi, un potenziale campione. La sua nazionale, vittoriosa nei Mondiali del 2006, era indubbiamente benedetta da talenti indiscussi, ma è riuscita nell’arduo intento di sollevare la coppa proprio per aver lasciato da parte eventuali individualismi.
La sete di conoscenza degli appassionati di calcio ha addirittura spinto nientedimeno che Massimiliano Allegri a curare un’App totalmente dedicata a scoprire alcune delle tecniche utilizzate dal famoso CT. Dalla gestione della squadra al regime alimentare, si tratta di un vero “corso” per aspiranti allenatori. Dall’alto dei suoi numerosi successi nel massimo campionato italiano, Allegri ha d’altronde dimostrato una continuità davvero senza pari.
Detentore del record di vittorie consecutive in Serie A (ben 58), Fabio Capello con il Milan ha vinto praticamente tutto, per poi inanellare una serie di successi anche in Spagna e riuscire a far conquistare uno scudetto alla Roma. Nel 2018 annuncia il suo ritiro definitivo dal calcio. Sostenitore della tecnologia in campo, Capello ama un gioco solido e organizzato, dove non c’è spazio per favoritismi o atteggiamenti umorali. Da alcuni giudicato un po’ arcigno, amava le sfide, sapeva tirare fuori il meglio da ogni giocatore e, anche quando subiva critiche, tirava dritto.
Al di là dei suoi successi in diversi massimi campionati europei, Giovanni Trapattoni è forse l’allenatore più iconico del panorama calcistico italiano. Amante della lezione olandese del calcio totale, ma sapiente nel gestire opportuni e impenetrabili moduli difensivi, il Trap ha emozionato intere generazioni di fan del calcio, sia per il suo gioco che per la sua capacità di trasmettere quasi in modo “viscerale” la sua passione. Non si possono dimenticare le sue dichiarazioni alla stampa, alle volte un po’ bizzarre, ma sempre sincere, e che lasciavano trasparire un entusiasmo mai sopito. Perché, nel calcio e nella vita, la partita “si gioca fino alla fine!”







