Basket. Alberani:”Sogno una Virtus Roma italiana”

“Certo che resterei volentieri, a Roma mi trovo benissimo.” Basterebbe questa frase per dissipare tutti i dubbi e zittire tutte le voci che si infittiscono giorno dopo giorno intorno al prossimo futuro di quello che può essere considerato, probabilmente consuo dispetto, il golden-boy dei dirigenti del basket italiano. Purtroppo però è necessario usare il condizionale, perché l’incertezza suprema che regna sul destino della Virtus Roma è destinata a restare tale almeno fino al 15 maggio, dead-line semiufficiale che sancirà la sopravvivenza o meno del sodalizio romano.

“In effetti non è più tempo di aut-aut o di appelli dell’ultimo minuto. Il presidente Toti ha compiuto in questi ultimi anni una serie di sforzi sempre maggiori per mantenere in linea di galleggiamento una società dal passato glorioso e con un presente ancora più che dignitoso. Ma se non ci sarà un aiuto esterno è difficile ipotizzare che si possa continuare in questo modo.”

Nicola Alberani è consapevole della delicatezza del momento. La Virtus Roma 3.0, alla quarta vittoria di fila dopo una serie di vicissitudini non sempre positive che hanno costellato la stagione, si trova alla vigilia dello sprint finale per centrare l’accesso ai playoff: “è un risultato fondamentale: Roma porta in dote un nome importante, non arrivare alla post-season dopo i risultati degli scorsi anni verrebbe letto come un fallimento, quando invece un’analisi obbiettiva e completa della stagione porterebbe ad altre valutazioni. Ma quelle le puoi fare solo con la forza dei risultati.”Ed è proprio in virtù dei risultati che il nome di Alberani finisce inevitabilmente per essere accostato a realtà storiche della pallacanestro italiana, in procinto di rilanciarsi dopo annate di vacche magre. Alle prese con budget sempre più ridotti – salvo improvvise e gradite “sorprese”, da ultimo l’arrivo di un autentico fuoriclasse come Ramel Curry – il General Manager forlivese è stato capace di allestire, e di correggere in corsa, dei roster ultracompetitivi che hanno determinato il suo orgoglio principale: “non è tanto la finale scudetto di due anni fa o la semifinale dello scorso campionato, ma le 150 partite giocate in tre anni. Equivale ad averne fatti cinque. Tre stagioni da cinquanta partite ufficiali rappresentano sicuramente un successo, perché ha permesso che si parlasse di Virtus Roma il più possibile. Il nostro, insomma, lo abbiamo fatto.”

Peccato che di questo una città come Roma non se ne accorga a sufficienza. Schiacciata dalla prepotenza pallonara, emarginata dalla mala-politica nell’angusto e vetusto spazio del Palatiziano, la Virtus fatica a penetrare nel tessuto sociale della città, rimanendo legata ad uno zoccolo duro di appassionati, impossibilitati peraltro ad affezionarsi ai propri beniamini, destinati come sono a cambiare aria anno dopo anno. “Purtroppo questo è il limite più grosso del mio lavoro a Roma. L’impossibilità di progettare a lunga scadenza mi costringe a trattare solo con una tipologia di giocatori: gli americani. A parte l’eccezione di Lorenzo D’Ercole, che ha un legame affettivo importante con la società e la città, i giocatori italiani hanno bisogno di certezze contrattuali che non possiamo offrire. Da qui la necessità di pescare sul mercato americano, stando attenti a scegliere giocatori che oltre ad essere bravi abbiano anche la caratteristica di giocare per vincere. E qui è più facile sbagliare.”

Impossibile a questo punto non fare riferimento a Brandon Triche, che ha sfruttato la pausa di campionato per tornare in America e restarci, a dispetto del contratto: “Ha fatto una scelta di cui si assumerà la responsabilità. A noi ha creato un danno enorme, ci ha pregiudicato la possibilità di andare avanti in Eurocup anche a causa delle regole che non prevedono la possibilità di cambiare un giocatore dagli ottavi di finale in poi. Se è stato mal consigliato o ha deciso autonomamente non lo so. Anche se posso immaginarlo.” Rischi che si corrono quando è impossibile ipotizzare scenari duraturi, ma si è costretti ogni anno a ripartire da zero e costruire tutto nuovo, a partire dalle fondamenta: “l’estate scorsa quando sono arrivato in America non sapevo da dove cominciare. Avevamo deciso di puntare su otto giocatori, e con un roster così limitato numericamente ed il doppio impegno campionato-coppa era necessario trovare giocatori multidimensionali e forti fisicamente, pronti a sostenere gli sforzi dei viaggi oltre a quelli delle partite. Per questo la scelta di Triche, che poteva giocare anche playmaker pur non essendolo, o quella di Ejim, fisico da ala piccola ma grande saltatore ed ottimo rimbalzista. Ci ha messo sei mesi, speravamo di meno, ma adesso sta finalmente dimostrando il suo valore. Certo, giocare a fianco di Stipcevic e Curry aiuta…”

Non può quindi che essere positivo il bilancio professionale ed umano dell’esperienza romana di Alberani, reso possibile anche dal feeling reciproco col coach Luca Dalmonte: “Luca per me ha un pregio che per altri può essere considerato un difetto: dice quello che pensa. Ne scaturisce una figura forse un po’ legnosa, non interessata a spacciarsi per quello che non è. Ma la squadra l’allena per davvero, ed anche in occasione di partite perse di poco questa caratteristica è sotto gli occhi di tutti. Tiri della possibile vittoria usciti, ma ben costruiti – penso a Siviglia in Coppa o a Varese in campionato – che dimostrano l’assoluta cura nei dettagli. Quello di Siviglia non lo abbiamo pagato troppo caro, speriamo sia lo stesso con quello di Morgan a Varese. “ Il centro uscito da Michigan è quello che nelle ultime partite è rimasto fuori dalle rotazioni, costretto in tribuna dal limite di utilizzo degli stranieri: “abbiamo scelto di aggiungere un giocatore nell’ipotesi che le ultime partite potessero essere giocate solo per onor di firma. I professionisti americani sono sensibili a due argomenti in particolare: i soldi e la panchina. La consapevolezza che se non si fossero allenati con serietà sarebbero stati spediti in tribuna ha contribuito a tenere costante un certo livello di attenzione durante gli allenamenti. E adesso che invece siamo ancora in corsa, questo elemento continua ad essere decisivo. I finali in crescendo contro Cremona ed Avellino sono lì a dimostrarlo.” Impossibile fare percentuali per quanto riguarda l’accesso ai playoff: “ ci siamo guadagnati la possibilità di lottare. Ci aspettano cinque finali, non partiamo battuti neanche a Milano domenica prossima. La squadra è viva, ci crede, può solo crescere. Per i playoff ci siamo anche noi.”

Per la Virtus Roma – insomma – siamo alla resa dei conti, sia da un punto di vista sportivo che societario. La sopravvivenza nell’elite del basket nazionale va di pari passo, cronologicamente parlando, con il raggiungimento di un risultato sportivo considerato scontato visto il nome, ma tutt’altro che certo visto il budget. Il capitale umano da cui, sperabilmente, ripartire una volta per tutte con rinnovate ambizioni ci sarebbe, ed è già qua. Gli appassionati romani possono solo attendere che i pianeti si allineino al punto giusto per tornare a sognare in grande.

Andrea De Paolis
con la collaborazione di Ferdinando Cocco

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