L’estate a Firenze è finalmente arrivata. Mentre i turisti fanno la fila per il David di Michelangelo, la dirigenza viola si lecca le ferite dopo la deludente stagione appena terminata e pianifica la successiva. Primo passo, il nuovo allenatore. E l’here we go arriva a sorpresa: Fabio Grosso, l’uomo del cross del destino a Berlino 2006, è a un passo dall’approdo al Franchi. Per Fabrizio Romano la stretta di mano è in dirittura d’arrivo. Contatti molto avanzati, accordo verbale fino al 2028 con possibilità di estendere fino al 2029, dettagli da limare con il Sassuolo, poi sarà confronto con Paolo Vanoli per l’addio. L’altro Fabio, il nuovo diesse Paratici, lo vuole fortemente, il cambio di gestione è un passo necessario per tagliare con il passato. La piazza mugugna ma spera nel rilancio. E per rilanciarsi c’è fretta di intervenire sul mercato.
Il curriculum del “nuovo” profeta viola
Grosso non è un nome a caso. Il tecnico pescarese arriva dopo una decina d’anni in giro per la penisola, in cerca di possibilità per affinare il suo credo calcistico. Campione del mondo da giocatore, con il rigore del 6-5 contro la Francia che ancora fa piangere i francesi di nostalgia (o di rabbia). Da allenatore, invece, la sua carriera è un perfetto riassunto della Serie B italiana: alti, bassi, esoneri e una promozione. Ha iniziato nelle giovanili della Juve con buoni risultati, poi Bari (un dignitoso 7° posto), Verona (esonero), Brescia (tre sconfitte in tre partite, un fulmine), Sion in Svizzera (esperienza estemporanea, palestra di vita), e il capolavoro Frosinone: promozione in Serie A nel 2023. A Lione è durato lo spazio di un caffè francese (pochi mesi nel 2023, una sola vittoria e volto tumefatto causa lancio pietre durante una contestazione dei tifosi), poi il Sassuolo: ha riportato i neroverdi in Serie A e ha centrato una salvezza più che tranquilla, valorizzando giovani e gestendo veterani come Berardi.
Insomma, non sarà Guardiola, ma nemmeno l’ennesimo reduce dal corso di Coverciano che promette “gioco propositivo” e poi parcheggia l’autobus. Grosso crede nel 4-3-3, nel pressing organizzato e in una difesa che non sia solo un optional. A Firenze, dove negli ultimi anni si è passati da Italiano a Vanoli (e chissà cos’altro) con risultati altalenanti, potrebbe essere il colpo… grosso per ritornare dove i tifosi sperano? O il classico nome low-cost che piace alla proprietà Commisso quando il bilancio piange.
Dopo stagioni di alti e un clamoroso basso, con una piazza esigente che ricorda ancora i fasti di Montella o l’Europa di Pioli, arriva Grosso. L’ironia è servita: un ex juventino (ha vinto uno scudetto a Torino, anche se da riserva) sulla panchina della rivale storica. I tifosi viola più caldi già affilano le lame sui social: “Un altro reduce dalla Juve? Grazie Paratici!”. Eppure, la logica c’è. Paratici apprezza il suo lavoro al Sassuolo, la capacità di amalgamare rose non stellari e di lanciare talenti. A Firenze Grosso troverà una squadra con qualità individuali da zone nobili (qualche giovane interessante, al netto della stagione di mercato, e un paio di veterani da gestire) ma bisognosa di identità. Niente stelle mondiali, niente budget da big: l’ideale per il suo profilo da “traghettatore pragmatico”.
Cosa aspettarsi: realismo contro retorica
A proposito di pragmatismo: non arriverà il “viola revolution”. Grosso non è un rivoluzionario tattico. Porterà organizzazione, spirito di gruppo e probabilmente qualche innesto, magari proprio dal Sassuolo in sinergia con Paratici. La Fiorentina ha bisogno di stabilità più che di fuochi d’artificio. In una Serie A sempre più livellata verso il basso, un decimo-quindicesimo posto con dignità sarebbe già un upgrade rispetto al tracollo della stagione appena terminata. Quali rischi? La piazza fiorentina è calda. Se i risultati non arrivano subito, i “Grosso vattene” sui muri del Franchi arriveranno come i turisti giapponesi in piazza Duomo. E la sua carriera da allenatore è costellata di addii prematuri: quando le cose si complicano, spesso si cambia. Ma forse a Firenze, con la proprietà americana che sembra aver capito i limiti del progetto, avrà il tempo che gli è mancato altrove. Potrebbe essere l’inizio di un ciclo solido, il Rinascimento già tanto ambito in curva Fiesole dopo il dramma sfiorato, oppure l’ennesimo capitolo di una Viola che cerca l’allenatore perfetto senza trovarlo. Da bordo campo, lo si osserva con il solito cinismo affettuoso: benvenuto a Firenze, mister. Qui si mangia bene, si beve meglio, si respira un passato glorioso, ma sulla panchina si invecchia in fretta. Fai i tuoi cross, stavolta metaforici, e speriamo che finiscano in rete. O almeno che non finiscano fuori di poco, come tante promesse viola degli ultimi anni.







