Dopo i fasti degli anni ottanta e dei primi anni novanta, la crisi economica che ha colpito il Paese si è abbattuta massicciamente anche sul movimento cestistico, lasciando macerie ancora visibili e ferite forse insanabili.
Domenica 1 marzo 2015. Ore 20,30. Al Palasport di Assago si alza la palla a due tra la EA7 MIlano e la Grissin Bon Reggio Emilia, posticipo della quinta giornata di ritorno del campionato italiano di basket. Gli appassionati dello sport di squadra più seguito in Italia, a parte ovviamente il calcio, si accingono a seguire l’interessante contesa tra i campioni in carica ed una delle rivali più accreditate all’eventuale successione attraverso la diffusione televisiva prevista da Raisport 1. Passano i minuti, ma il collegamento non parte, mentre continua ad andare in onda un’estenuante partita di calcetto. L’attesa diviene più spasmodica, gli aggiornamenti tramite internet segnalano i padroni di casa già abbondantemente in vantaggio dopo i primi minuti di gioco. Bisogna attendere fino all’inizio del terzo tempo prima che le immagini dal parquet meneghino vengano in effetti irradiate, quando ormai la partita ha perso completamente di significato in virtù dell’ampio scarto determinato già nelle prime fasi di gioco. Riuscite ad immaginare analoga sorte per una partita di calcio importante, il cui inizio televisivo slitti al fischio d’avvio del secondo tempo?
Eppure è quello che è successo. L’ormai conclamata marginalità della pallacanestro italiana passa anche attraverso umiliazioni di questo tipo. Dopo i fasti degli anni ottanta e dei primi anni novanta, i cui effetti positivi si sono protratti fino ai primi del nuovo millennio, la crisi economica che ha colpito il Paese si è abbattuta massicciamente anche sul movimento cestistico, lasciando macerie ancora visibili e ferite forse insanabili. Ripercorrere passo dopo passo la discesa agli inferi sarebbe lungo e doloroso. Ci si limiti a fare un breve elenco delle piazze storiche della nostra pallacanestro, alcune delle quali sparite del tutto dall’orizzonte, altre costrette a navigare a vista in attesa di tempi migliori che forse non arriveranno mai: ecco la Bologna sponda Fortitudo retrocessa in serie inferiori e lontane, mentre i rivali cittadini della Virtus arrancano in serie A dopo essersela vista molto brutta; ecco la Treviso quasi imbattibile per oltre dieci anni, le cui tracce si sono perse da tempo; ecco la Siena pluricampione solo due anni fa – ma anche pluri-inquisita sì da rendere pressoché di cartone la lunga messe di scudetti di fatto estorti con l’inganno – che rivaleggia in provincia contro Piombino e Cecina; ecco le piazze già campioni d’Italia come Pesaro, Caserta, Varese annaspare in fondo alla classifica aggrappate ad una liquidità insufficiente ed assai precaria.
Ciononostante il campionato prosegue, e gli appassionati di cui sopra amerebbero continuare a seguirlo non quasi clandestinamente, come pure si faceva negli anni di vacche grasse, ma possibilmente con conforto ed agio all’interno dei Palasport, e magari con l’ausilio della tecnologia quando ciò non è possibile. Nulla di tutto questo accade. Gli impianti di gioco, salvo rare eccezioni, sono ancora quelli di quaranta anni fa, se non oltre. Nella capitale d’Italia la locale squadra è costretta da quattro anni a giocare in un angusto Palazzetto costruito in occasione delle Olimpiadi del 1960, privo di bar e con i servizi igienici che tali non sono affatto. La gloriosa Pallacanestro Cantù disputa le gare interne nella stessa palestra in cui furoreggiavano i suoi fuoriclasse quando la televisione era in bianco e nero e al cinema si poteva fumare. Poi si giocano le Coppe Europee, e dalla tv (privata, ovviamente) arrivano le immagini di altri mondi, che non sono la lontana America e la lussureggiante Nba, ma la derelitta Grecia, la cugina Spagna, la temibile Turchia: palazzetti stracolmi, moderni, puliti, pullulanti di quella media borghesia da sempre target di riferimento del prodotto-basket.
Come uscirne? Gli organi preposti alla gestione ed alla diffusione dello sport di squadra più praticato al mondo – Federazione e Lega – rappresentano più la causa che la soluzione del problema. Se al vertice della F.I.P. siede un totem della politica sportiva italiana, quel Gianni Petrucci già presidente del Coni tornato al vecchio e primordiale amore della pallacanestro, alla Lega Basket si è insediato da nemmeno un anno Fernando Marino, presidente della Enel Brindisi e già per questo in palese conflitto di interessi. Ma al di là dei nomi e dei ruoli, sono le stesse istituzioni ad essere anacronistiche, per lo meno per quanto riguarda la valorizzazione del prodotto, come l’esempio testé citato dimostra platealmente.
Un capitolo a parte merita l’annoso problema dell’utilizzo dei giocatori italiani. Lontani i tempi in cui i roster delle formazioni erano composti da otto italiani e due – quasi sempre – americani (alcuni dei quali autentici fuoriclasse, fortunato chi li ha visti giocare dal vivo), adesso accade praticamente il contrario: in un ginepraio di nazionalità, vere o acquisite che siano, spuntano di tanto in tanto alcuni rappresentanti nostrani, pagati per giunta a peso d’oro, vista la loro “esoticità”. Per colmo di involontaria ironia, a partire da questo campionato e per volontà di quelle istituzioni di cui sopra – più attente alla forma che alla sostanza, a voler essere gentili – risuona a centrocampo prima di ogni partita l’inno di Mameli, le cui note appaiono ai più beffarde se non del tutto ridicole.
I risultati sportivi che nascono da questa poco incoraggiante realtà non possono che confermare la completa inadeguatezza dell’attuale gestione. Nonostante la presenza di giocatori di livello internazionale (gli “americani” Belinelli, Bargnani, Datome, già da qualche anno nella Nba con alterne fortune) e di giovani indiscutibili talenti (Hackett, Gentile e Della Valle su tutti), la Nazionale stenta a qualificarsi per le competizioni che contano, rimanendo in un limbo di attese mai mantenute. Nè va meglio alle squadre di club, fino a pochi anni fa capaci di rivaleggiare seriamente con le tradizionali corazzate europee, ma adesso spazzate via con irrisoria facilità non appena il livello di gioco sale. Insomma, un quadro desolante nel quale è difficile e poco realistico vedere vie di uscita. La sostanziale marginalizzazione del movimento, continuamente sovrastato a livello mediatico dall’onnipotenza calcistica ed inerme di fronte all’avanzata costante del rugby e dei suoi celebrati rituali, allontana in maniera sempre maggiore gli sponsor, unica ipotetica risorsa economica in un quadro di ricavi sempre più contenuti sia per quanto riguarda i diritti televisivi che gli incassi al botteghino.
Se a metà degli anni ottanta – quando il basket rappresentava una concreta alternativa al calcio e la sua popolarità era in costante aumento – fu la politica ad avvicinarsi ad esso in cerca di facile consenso e visibilità, immaginare ora un percorso inverso è sì fantasioso ed irrazionale, ma è anche l’ultima speranza possibile nel depresso panorama che circonda la palla a spicchi nostrana.
Andrea De Paolis







