La “Grande Bellezza” nelle lacrime di Sandro Mazzola

di Raniero MERCURI | 05 marzo 2014

La notizia è di questi giorni. Intervenuto a Radio Kiss Kiss all’interno della trasmissione “Siamo tutti ct” è chiamato a commentare i vergognosi striscioni infanganti la tragedia di Superga esposti allo “Juventus Stadium” durante l’ultimo derby della Mole, Sandro Mazzola, l’indimenticato fuoriclasse di Inter e Nazionale (nonché apprezzato opinionista sportivo e soprattutto figlio di Valentino Mazzola, capitano e simbolo del Grande Torino), ha pianto. Lacrime di rabbia, di sdegno. Ma anche lacrime di dolore, per chi come lui e tanti altri su quella collina ai piedi della Basilica di Superga ha perso un pezzo di famiglia, un pezzo del proprio cuore.
Erano le ore 17.03 del 4 maggio 1949 quando l’aereo che riportava a casa Mazzola e compagni dalla trasferta amichevole di Lisbona in casa del Benfica, andò a schiantarsi su quella collina avvolta dalle nubi(in totale le vittime furono 31, tra loro anche dirigenti, allenatori, giornalisti oltre all’equipaggio).Una squadra imbattibile, per cinque stagioni consecutive Campione d’ Italia, prima nel 1942-43 poi, dopo i due anni di sospensione dell’attività agonistica per via del conflitto, ininterrottamente fino al 1949 e chissà per quanti anni ancora.

Fu uno schianto (si, proprio come scritto in uno di quegli “striscioni canaglia”, come li ha definiti Andrea Agnelli), uno schianto che spazzò via per sempre non soltanto una squadra pressochè invincibile, ma soprattutto quella che più di ogni altra riuscì a collocarsi nell’ immaginario della gente come un autentico punto di riferimento morale, sociale, diremmo anche esistenziale. Erano i primi anni del Secondo Dopoguerra e quei ragazzi in maglia granata, in un Italia che provava a ricostruirsi dalle macerie non solo materiali ma soprattutto morali lasciate in eredità dal conflitto,simboleggiavano per l’intero paese un autentico riscatto sociale, un modo per tornare a sentirsi vivi nella rappresentazione sportiva di una passione, di un entusiasmo puro dilaniato da devastanti anni di odi tanto profondi quanto inumani. Erano anche gli anni di Coppi e Bartali, altri due simboli eterni di quegli anni difficili ma sinceri, gli anni di un paese che riusciva nonostante tutto a ricominciare, ad identificarsi nelle sue più intense passioni, in uno sport ancora concepito come sentimento, aggregazione, educazione e quindi cultura. Già, lo sport come cultura, il calcio come cultura, al quale veniva unanimemente riconosciuta quella statura morale che se confrontata ad oggi si rischia di arrossire.
Ed è proprio questo il punto: il vuoto. Il vuoto di una società amorale, probabilmente ipocrita, sicuramente lassista nei sentimenti oltre che ormai anche nelle passioni. E quale miglior cartina di tornasole di tutto questo se non lo sport? Anzi meglio, se non il calcio inteso nell’ accezione di fenomeno sociale che racchiude milioni di persone? Paolo Sorrentino, nel suo recente film da Oscar “La Grande Bellezza”, questo vuoto ce lo rappresenta magistralmente, nella descrizione di una società alla continua ricerca di valori effimeri, ricca di falsi moralismi e di tristi felicità.

Ecco perché le lacrime rabbiose di Sandro Mazzola, protagonista di un romantico calcio che non c’è più, hanno un qualcosa in comune con questo film nel suo significato più profondo. Come il protagonista del capolavoro di Sorrentino svela nel finale come abbia tentato nella sua vita di scrittore di ricercare la “Grande Bellezza” e di non esserne stato in grado, e di come sia arrivato a concludere che essa si manifesta solo in alcuni “sprazzi” nell’ arco di una vita, così quelle lacrime riportano Mazzola e con lui tutti gli sportivi italiani indietro nel tempo, in uno di quegli sprazzi di infinita bellezza che lo sport come la vita sa regalarti. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Già, la “Grande Bellezza”.

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