Road to Brasil: Il Brasile tra passato e presente

di Davide PITEO | 18 aprile 2014

Dopo aver illustrato la storia della Coppa del Mondo, passando dalla Coppa Rimet a quella Fifa, il nostro viaggio di avvicinamento al Mondiale ormai prossimo, continua parlando del Brasile, una delle Nazionali che senza dubbio ha fatto la storia del Mondiale.

La Nazionale carioca, vincitrice di ben 5 Mondiali, 4 Confederetion Cup ed  8 Coppe America, chiaro quindi che giocando in casa come avvenuto per la Conferetion Cup dello scorso anno, il Brasile è la candidata numero 1 per la vittoria del titolo, non solo perché in possesso di un grande roster completo di grandi campioni, ma anche perché com’è tradizione la Nazionale brasiliana unisce la tecnica del futsal a quella del calcio.  Insieme alla Spagna è la sola Nazionale ad aver vinto almeno un Mondiale al di fuori del proprio continente e, tra le otto Nazionali vincitrici di un Mondiale, queste due squadre sono, attualmente, le uniche due a non averlo vinto in casa. Il Brasile ha trionfato, infatti, in Europa (Svezia 1958), in Nordamerica (Messico 1970 e USA 1994) e in Asia (Giappone e Corea del Sud 2002) e nell’edizione casalinga del 1950 ha preso l’argento. Vinse anche in Sudamerica, ma fuori dai confini nazionali, il Mondiale di Cile 1962.

STORIA – La Nazionale brasiliana nacque nel 1914 e giocò la sua prima partita contro la squadra inglese dell’Exeter City allo Stadio des Laranjereiras di Rio de Janeiro, sede del Fluminense. I verdeoro vinsero per 2–0. Le prime apparizioni ai Mondiali, tuttavia, non ebbero successo, in parte a causa delle lotte interne al calcio brasiliano circa il professionismo, che resero la confederazione calcio brasiliana incapace di schierare squadre con i migliori giocatori. In particolare le dispute tra le federazioni degli stati di San Paolo e Rio de Janeiro, fece sì che le squadre fossero composte solo da giocatori provenienti da una sola delle federazioni. Nel 1930 e nel 1934 il Brasile venne eliminato al primo turno, ma nel 1938 conquistò un importante terzo posto, con Leonidas capocannoniere, con 7 reti. Durante i mondiali del 1938 il Brasile incontrò l’Italia nella semifinale, ma i sudamericani decisero di far riposare Leonidas e furono sconfitti 2-1 dagli italiani con conseguente eliminazione dal torneo. Il Brasile ospitò per la sua prima e finora unica volta il mondiale nel 1950. Fu il primo mondiale a svolgersi dopo la Seconda guerra mondiale. Questa edizione ebbe la particolarità di essere l’unica a non prevedere una finale unica, ma un girone finale composto da quattro squadre. Tuttavia, l’incontro decisivo per l’assegnazione del titolo vide di fronte Brasile e Uruguay e pertanto venne quasi unanimemente considerata la “finale”. La partita si disputò allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro, davanti a duecentomila spettatori. Al Brasile sarebbe bastato un pareggio per laurearsi campione, ma dopo essere passato in vantaggio per 1-0, non accontentandosi del gol di scarto, continuò ad attaccare e incassò così prima il pareggio di Schiaffino e poi il definitivo 2-1 di Ghiggia. Questo incontro venne da allora chiamato il “Disastro del Maracanã” (conosciuto in tutto il Sudamerica come “O Maracanaço” in portoghese, e “el Maracanazo” in spagnolo) e in Brasile venne addirittura proclamato il lutto nazionale. Ai Mondiali del 1954, disputatisi in Svizzera, la nazionale brasiliana fu completamente rinnovata. Però nonostante il fatto che in quella nazionale giocassero campioni come Nilton Santos, Djalma Santos, Julinho e Didi il Brasile non andò molto lontano. Infatti fu eliminata ai quarti di finale dalla favorita Ungheria che vinse per 4-2 una delle più violente partite della storia del calcio che sarebbe poi diventata famosa con il nome di Battaglia di Berna.

1958 – Nel 1958 il Brasile vinse il suo primo titolo mondiale battendo in finale i padroni di casa della Svezia per 5-2, diventando la prima nazionale a vincere un mondiale fuori dai confini continentali (l’impresa sarebbe poi stata ripetuta nel 2002 in Asia). Da notare, in questa edizione, l’affacciarsi sulla scena del calcio internazionale di Pelé, all’epoca appena diciassettenne e autore, proprio nella finale, di un gol ritenuto fra i più belli di sempre. Nel 1962, in Cile, il Brasile conquistò nuovamente il titolo, sconfiggendo i padroni di casa nella semifinale. Garrincha fu il protagonista, in particolar modo dopo l’infortunio subito da Pelé nel secondo incontro del torneo, che costrinse o Rey a saltare le restanti partite. Dopo il Mondiale svoltosi in Inghilterra nel 1966, dove i verde-oro furono eliminati al primo turno, il Brasile vinse la sua terza Coppa del Mondo in Messico nel 1970 battendo l’Italia per 4-1 e presentandosi al torneo iridato con quella che venne considerata la migliore squadra nazionale di tutti i tempi; Pelé, alla sua ultima finale mondiale, Carlos Alberto, Jairzinho, Tostão, Gérson e Rivelino. Con questo successo conquistò la Coppa Rimet per la terza volta e poté quindi tenersela a titolo definitivo secondo quanto previsto dal regolamento FIFA allora vigente. Il trofeo sarà poi rubato e non più ritrovato. i mondiali del 1974 la nazionale verdeoro inizia la competizione con uno zero a zero con la Jugoslavia e il medesimo risultato viene ottenuto con la Scozia. Batte poi lo Zaire per 3-0 e conclude così il girone con le due squadre con cui aveva pareggiato a quattro punti. In virtù di una differenza reti migliore degli scozzesi (3-2) arriva seconda e si qualifica alla seconda fase a gironi. Qui batte per 1-0 la Germania Est e per 2-1 l’Argentina e va a giocarsi l’accesso alla finale con l’Olanda con cui era a pari punti (4). Viene però sconfitta per 2-0 e deve accontentarsi della finalina per il terzo e quarto posto dove sarà battuta dalla sorprendente Polonia per 1-0. L’edizione del 1978 fu decisamente controversa. Nella seconda fase il Brasile si contendeva con l’Argentina il primo posto nel girone che avrebbe garantito l’accesso alla finale. Nell’ultima partita di questa fase, il Brasile batté la Polonia 3-1 andando in vetta con una differenza reti di +5. L’Argentina aveva una differenza reti di +2, ma nella loro ultima partita del girone sconfissero il Perù per 6-0 qualificandosi per la finale. Notevoli sospetti gravarono sul portiere peruviano Ramón Quiroga, di origini argentine, reo secondo alcune voci di avere lasciato segnare l’Argentina senza opporre la dovuta resistenza. Tuttavia, entrambe le rappresentative smentirono le ipotesi di possibili complotti. Il Brasile non poté quindi prendere parte alla finale nonostante fosse l’unica squadra imbattuta del torneo.

1982 – Al Mondiale 1982 i verdeoro arrivarono in modo autorevole, vincendo tutte e quattro le partite del gironcino sudamericano con Venezuela e Bolivia. In Spagna destarono un’ottima impressione, esprimendo un gioco pregevole con talenti come Zico, Falcão, Eder e Sócrates, che formavano una delle squadre più forti della storia. Il CT Telé Santana, infatti, riuscì a far esprimere al meglio i suoi campioni con un impianto di gioco iperoffensivo. I sudamericani superarono agevolmente la prima fase a gironi, sconfiggendo in rimonta URSS (2-1) e Scozia (4-1) e travolgendo la Nuova Zelanda (4-0 con tutti i titolari in campo, nonostante la qualificazione fosse già stata ottenuta). Nel secondo turno furono inseriti in un girone di ferro con Argentina e Italia. Nella prima partita sconfissero per 3-1 i campioni del mondo in carica dell’Argentina, reduci dalla sconfitta (1-2) contro gli italiani, e li estromisero dal torneo. A quel punto, in virtù di una differenza reti favorevole, ai verdeoro sarebbe stato sufficiente un pareggio per accedere alla semifinale. Contro l’Italia, però, il Brasile uscì battuto, dopo una brillante partita giocata da entrambe le squadre. Paolo Rossi segnò una tripletta che affossò i favoriti brasiliani. Ancora una volta si mise in luce la vocazione all’attacco dei brasiliani che, malgrado bastasse un pareggio, continuarono ad attaccare sul risultato di 2-2, consentendo così all’Italia, poi vincitrice della coppa, di trovare varchi e segnare il definitivo 3-2.

1986 – Nell’edizione iridata del 1986 i verdeoro sconfissero al primo turno la Spagna per 1-0, l’Algeria con il medesimo punteggio e l’Irlanda del Nord per 3-0 chiudendo così primi il raggruppamento. Negli ottavi liquidarono per 4-0 la Polonia andando così ad incontrare nei quarti la Francia. Qui la partita terminò sull’1-1 con goal prima di Careca e poi di Michel Platini e con il portiere francese, Bats, che parò un rigore a Zico. Ai rigori s’imposero i francesi per 4-3 e il Brasile venne così eliminato. Ai Mondiali 1990 il Brasile di Sebastião Lazaroni adottò un calcio volto più al contenimento che all’attacco, ma riuscì a superare il primo turno. Agli ottavi di finale contro l’Argentina ebbe alcune buone occasioni da gol, ma perse per 1-0. Alcune critiche fecero da contorno a questa eliminazione, le più accese delle quali accusavano il CT di non avere espresso un gioco degno della scuola brasiliana, con troppa tattica e poca fantasia. Il Brasile passò nelle mani di Paulo Roberto Falcão, che lo guidò al secondo posto nella Copa América 1991 giocata in Cile. Dopo aver superato con il secondo posto il girone a cinque squadre, i verdeoro si classificarono dietro l’Argentina nel girone finale. Fu quindi la volta di Carlos Alberto Parreira.

Nel giugno 1993 il Brasile disputò la Copa América in Ecuador, dove fu eliminato ai quarti di finale ancora dall’Argentina, questa volta per 6-5 dopo i rigori. In un match l’allenatore lasciò Romário, stella del Barcellona, in panchina e il giocatore reagì affermando che se avesse saputo dell’esclusione sarebbe rimasto in Spagna. Parreira rispose allontanandolo dalla Nazionale. Solo nel 1994, ventiquattro anni dopo la sua terza vittoria ai mondiali, il Brasile riuscì a vincere un altro titolo. Eppure la qualificazione per il Mondiale statunitense fu ottenuta non senza patemi. Dopo il pareggio a reti bianche contro l’Ecuador, il 25 luglio 1993 a La Paz i verdeoro persero la prima partita di qualificazione mondiale della loro storia, contro la Bolivia. Malgrado le pressioni di giornalisti e tifosi, Parreira continuò a lasciare Romário ai margini della Nazionale per sette partite, salvo ricredersi prima dell’ultimo decisivo incontro con l’Uruguay. Fu proprio Romário a siglare la doppietta che consentì ai verdeoro di vincere il match (2-0) e di qualificarsi per gli Stati Uniti grazie al primo posto nel girone CONMEBOL da cinque squadre. La filosofia calcistica di Parreira, tacciato dai puristi di difensivismo, prevedeva una solida linea difensiva e, in seconda battuta, una fase offensiva capace di realizzare la mole di gioco prodotta dalla squadra . In porta il CT diede subito fiducia a Cláudio Taffarel, mentre in difesa la gestazione della linea titolare fu più sofferta. Inizialmente la difesa rimase sostanzialmente la stessa del campionato del mondo 1990, con Jorginho, Carlos Mozer, Ricardo Gomes, Ricardo Rocha e Leonardo titolare al posto di Branco. Mozer, però, dovette rinunciare all’attività agonistica per problemi cardiaci e Ricardo Gomes subì un serio infortunio prima della rassegna iridata. Ricardo Rocha rimase in squadra, ma fu costretto alla panchina per problemi fisici. Al loro posto Parreira puntò su Aldair e Márcio Santos, che si dimostrarono una coppia di centrali altamente affidabile. In mezzo al campo il capitano Dunga, affiancato da Mauro Silva, faceva della grande corsa e del sacrificio le sue armi migliori, sopperendo così al talento non eccelso e incarnando alla perfezione lo spirito operaio della squadra di Parreira. Era, quella, una formazione solida e tatticamente molto organizzata, che si affidava all’estro di Mazinho, preferito dopo alcune partite ad uno spento Raí, e ai gol dell’affiatata coppia Romário-Bebeto. Della rosa faceva parte della rosa anche un giovane fenomeno, il diciassettenne Ronaldo, destinato ad affermarsi negli anni a venire. Il Brasile vinse in scioltezza il proprio girone (2-0 alla Russia, 3-0 al Camerun e 1-1 contro la Svezia) e agli ottavi trovò i padroni di casa degli Stati Uniti. Leonardo fu espulso per una gomitata a pochi minuti dal fischio iniziale, ma un gol di Bebeto poco più di un quarto d’ora dalla fine sancì l’1-0 decisivo. Ai quarti i verdeoro affrontarono l’Olanda e si portarono sul 2-0, ma gli avversari riuscirono a pareggiare. A fissare il punteggio sul 3-2 fu un calcio di punizione del veterano Branco, che decise quella che fu definita la più bella partita del Mondiale. In semifinale contro i brasiliani cadde la Svezia, già affrontata nel girone, ma questa volta battuta per 1-0 (gol di Romário). Nella torrida finale di Pasadena, il 17 luglio, l’avversaria dei sudamericani fu l’Italia di Arrigo Sacchi. Al termine di una partita senza troppe emozioni terminata 0-0 dopo i tempi supplementari Brasile e Italia si contesero il titolo ai calci di rigore per la prima volta nella storia di questa competizione. A spuntarla fu il Brasile dopo gli errori azzurri dal dischetto di Franco Baresi, Daniele Massaro e Roberto Baggio, il quale calciò la palla sopra la traversa. Parreira lasciò la panchina del Brasile dopo il successo, felice per aver portato a compimento la sua missione. Il ruolo di CT fu assunto nuovamente da Mário Zagallo, ex bandiera della Nazionale ed ex commissario tecnico nel 1970 nonché vice di Parreira nel 1994. Della squadra campione negli Stati Uniti Zagallo mantenne Cafu, Aldair, Dunga (ancora capitano), Leonardo e il tandem offensivo Romário-Bebeto. Leonardo, che nel frattempo aveva mostrato ottime attitudini offensive nel Milan, fu spostato dalla fascia sinistra della difesa a centrocampo. In attacco il posto da titolare accanto al ventunenne Ronaldo, reputato all’epoca il miglior giocatore del mondo, fu conteso a Bebeto da un giovane di grande talento, Denílson, apparentemente proiettato verso una radiosa carriera.

Nel 1997 il Brasile vinse la Confederations Cup e la Coppa America in Bolivia (fu questa la prima vittoria della competizione continentale fuori dai confini nazionali). I verdeoro arrivarono secondi al Mondiale 1998. Privi di Romário, fermato da un infortunio, vinsero il girone con Norvegia, Marocco e Scozia con due vittorie e una sconfitta nell’ultimo match contro gli scandinavi, poi sconfissero il Cile agli ottavi, la Danimarca ai quarti e l’Paesi Bassi in semifinale ai rigori. Persero clamorosamente per 3-0 la finale contro la Francia padrona di casa. Le polemiche per il risultato molto negativo furono alimentate dal controverso utilizzo in finale della stella Ronaldo nonostante un serio problema di salute (convulsioni o, secondo voci che circolarono, una crisi di nervi[3]) alla vigilia della finale. Ronaldo, che poche ore prima era stato sottoposto ad accertamenti in un nosocomio francese, fu inserito nella lista ufficiale da consegnare alla FIFA solo all’ultimo istante, dopo un rapido consulto medico. Celebri rimasero le parole dell’allenatore Zagallo, che disse prima della finale: “Vocês vão ter que me engolir” (Dovrete ingoiarmi ora), rispondendo alle ampie critiche ricevute prima e durante la Coppa del Mondo. A Zagallo subentrò Vanderlei Luxemburgo.

Nel 1999 i verdeoro s’imposero nuovamente nella Coppa America, eliminando Argentina ai quarti (2-1), Messico in semifinale (2-0) e battendo per 3-0 l’Uruguay in finale, vendicando così la sconfitta contro gli uruguagi patita ai rigori nel 1995. Il 28 marzo 2000 cominciarono le qualificazioni sudamericane per il Mondiale di Giappone e Corea del Sud in programma nel 2002. Il nuovo sistema prevedeva un unico girone che raggruppava tutte le Nazionali della CONMEBOL. Il 15 novembre 2000 la panchina del Brasile passò a Émerson Leão, che richiamò Romário e tentò di costruire attorno a lui una squadra di giovani di talento, ma con scarsa esperienza internazionale. Nell’edizione del 2001 della Copa América in Colombia i verdeoro uscirono clamorosamente ai quarti di finale, sconfitti per 2-0 dall’Honduras. Nella Confederations Cup 2001 la Nazionale si piazzò quarta, buon risultato se si considera che in quella circostanza il torneo fu disputato senza le stelle che giocavano nei campionati europei, la cui convocazione fu impedita dalle resistenze delle squadre di club. Durante la gestione Leão il Brasile disputò tre partite di qualificazione ai Mondiali, con un bilancio di una vittoria (contro la Colombia), una sconfitta (contro l’Ecuador) e un pareggio (contro il Perù). Il 9 giugno 2001 terminò l’era Leão, rimpiazzato da Luiz Felipe Scolari, detto Felipão, che esordì il 1º luglio con una sconfitta a Montevideo contro l’Uruguay (1-0) in una gara valida per le qualificazioni. Scolari portò disciplina e organizzazione tattica nell’ambiente della Nazionale, sotto la sua guida il Brasile si qualificò per il Mondiale arrivando terza nel girone, con 9 vittorie, 3 pareggi e 6 sconfitte, a 13 punti dalla capolista Argentina e a un punto dall’Ecuador, secondo in graduatoria. La qualificazione fu raggiunta solo all’ultima giornata, il 14 novembre 2001 a São Luís, grazie alla vittoria per 3-0 contro il Venezuela. La formazione disegnata da Scolari coniugava il talento di Ronaldo, Rivaldo e del giovane astro Ronaldinho con la spinta sulle fasce di Cafu e Roberto Carlos e la concretezza di Kléberson (sostituto dell’infortunato Emerson e preferito ben presto a Juninho Paulista) e Gilberto Silva, arcigni mediani vecchio stampo. La difesa a tre composta da Edmílson, Lúcio e Roque Júnior offrì buone garanzie, così come l’erede di Taffarel, il trentaduenne Marcos. Tra le riserve vi era anche il ventenne Kaká, poi affermatosi a grandi livelli nel Milan di Carlo Ancelotti. Malgrado non avesse impressionato durante la fase di qualificazione, in Asia questa squadra si aggiudicò il suo 5º titolo mondiale. Sorteggiata in un facile girone con Turchia, Costa Rica e Cina, batté tutte e tre le avversarie, segnando 11 gol e subendone solo 3. Agli ottavi eliminò il Belgio battendolo per 2-0 e ai quarti estromise l’Inghilterra (2-1, con gol della giovane stella Ronaldinho). La semifinale contro l’ostica Turchia, già affrontata nel girone, si confermò difficile e i verdeoro prevalsero solo per 1-0 con rete di Ronaldo. Rivaldo, che aveva segnato 5 gol nelle precedenti partite, rimase a secco, non riuscendo così ad eguagliare il primato di Jairzinho, che aveva segnato in ogni incontro del Mondiale 1970. Giunto a disputare la sua terza finale consecutiva in un Mondiale, il Brasile affrontò la Germania per la prima volta nella storia del torneo e la sconfisse per 2-0 con doppietta di Ronaldo. Il capitano Cafu disputò in quell’occasione la terza finale mondiale consecutiva, stabilendo un record. Dopo il successo mondiale del 2002, la Nazionale verdeoro scoprì astri nascenti come Adriano, Robinho, Maicon e Julio César (i quali, in periodi diversi, hanno giocato nel campionato italiano) il cui contributo fu decisivo nella vittoria della Copa América 2004, ottenuta superando l’Argentina ai rigori: un anno più tardi giunse il trionfo nella Confederations Cup sempre contro gli storici rivali, stavolta battuti per 4-1. l campionato del mondo 2006, in cui la Francia eliminò i verdeoro nei quarti di finale, Ronaldo toccò quota quindici reti nella fase finale dei Mondiali divenendo il miglior marcatore di sempre (Gerd Müller si era fermato a quattordici).

A seguito delle dimissioni di Parreira, fu Dunga a sedersi in panchina per la sua prima esperienza da tecnico. L’ex mediano, campione mondiale nel 1994, ha condotto la Nazionale ai successi in Copa América nel 2007 (nuovamente contro l’Argentina) e in Confederations Cup nel 2009 (vinta rimontando per tre a due gli Stati Uniti) oltre alla medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Pechino (2008). Malgrado l’incoraggiante striscia di successi, al campionato del mondo 2010 il Brasile non ha superato i quarti di finale perdendo 2-1 contro l’Olanda: il giorno stesso, Dunga viene esonerato per essere sostituito alcune settimane dopo da Mano Menezes. Nell’edizione 2011 della Copa América, la squadra allenata da Menezes è fermata dal Paraguay nei quarti di finale: la lotteria dei tiri dal dischetto vede i brasiliani fallire tutti i quattro tentativi. Migliore, ma non di molto date le attese della vigilia, è l’avventura alle Olimpiadi di Londra l’anno seguente, in cui i verdeoro fanno propria la medaglia d’argento dopo la finale persa contro il Messico. Dopo l’addio di Menezes, che lascia al termine delle Olimpiadi 2012, in panchina si ha il ritorno di due grandi nomi del passato: Scolari in carica di allenatore e Parreira in qualità di collaboratore.

Il 30 giugno 2013 la Nazionale aggiunge al suo palmarès un’altra Confederations Cup, guidati dal nuovo talento Neymar, la terza consecutiva nonché la quarta complessiva: a decidere l’assegnazione della coppa è il 3-0 rifilato alla Spagna nell’atto conclusivo, dopo che nei precedenti incontri i verdeoro avevano segnato ben undici reti. In origine la divisa del Brasile era bianca con il colletto blu ma in seguito all’incredibile sconfitta ai mondiali del 1950 contro l’Uruguay nella partita decisiva per l’assegnazione del titolo i colori furono considerati poco patriottici e quindi con il permesso della confederazione sportiva brasiliana il quotidiano Correio da Manhã indisse una competizione per scegliere una nuova uniforme che contenesse i quattro colori della Bandiera del Brasile. Alla fine vinse l’uniforme gialloverde progettata da Aldyr Garcia Schlee, un diciannovenne proveniente da Pelotas. I nuovi colori vennero usati per la prima volta nel marzo 1954 in un match contro il Cile e da allora sono stati sempre usati. Nel marzo 2011 viene presentata la nuova terza maglia che sarà completamente nera, cosa che susciterà non poche polemiche nel paese. Come compromesso per la scelta azzardata, la nuova divisa sarà impiegata solo in gare di esibizione ed amichevoli

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