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Road to Russia 2018: Messico 1970

In Messico il Brasile conquista il terzo titolo della sua storia superando in finale l’Italia di Gigi Riva, portando cosi a casa definitivamente la Rimet

La nona edizione dei campionati mondiali di calcio, fece nuovamente tappa nel continente americano, infatti si tenne in Messico dal 31 maggio al 21 giugno 1970 e fu l’ultima edizione del a chiamarsi con il nome di “Coppa del mondo Jules Rimet”, dalla decima edizione (1974) il campionato prese il nome di “Coppa del mondo FIFA”. Messico 70 fu una edizione innovativa per tanti aspetti, fu la prima ad essere trasmessa dalla televisione a colori, ma soprattutto grazie alla diffusione del satellite, 50 Stati poterono seguire l’evento, per la prima volta, l’arbitro formalizzò le sanzioni disciplinari a carico dei giocatori tramite i cartellini: il giallo per l’ammonizione e il rosso per l’espulsione. E l’Adidas Telstar divenne il primo pallone ufficiale dei Mondiali: era il classico pallone con 12 pentagoni neri e 20 esagoni bianchi. Presente già nell’Europeo 1968, al posto del classico pallone di cuoio scuro, fu scelto poiché il disegno e i colori ne facilitavano la visibilità nelle televisioni in bianco e nero. Fu, infine la prima edizione in cui vennero concesse due sostituzioni a partita, la prima squadra ad avvalersene fu l’Unione Sovietica nel match inaugurale. Cinque stadi in cinque diverse città vennero selezionati per ospitare le partite della Coppa del Mondo,furono considerati anche luoghi alternativi nello stato di Hidalgo e nella città portuale di Veracruz. Ogni gruppo era basato esclusivamente in una città ad eccezione del gruppo 2, che venne messo in scena a Puebla e Toluca. A parte lo stadio Luis Dosal, tutti gli stadi furono solo negli anni ’60, in quanto il Messico si preparava ad ospitare sia la Coppa del Mondo che i Giochi olimpici estivi del 1968. L’altitudine dei luoghi variava e l’importanza dell’acclimatazione venne fortemente presa in considerazione da tutte le squadre partecipanti, di conseguenza, contrariamente al precedente torneo messo in scena in Inghilterra, la maggior parte delle squadre arrivò nella regione con largo anticipo rispetto alle partite iniziali per prepararsi a questo fattore.

Alcune squadre avevano già sperimentato le condizioni locali quando gareggiavano nella competizione calcistica alle Olimpiadi estive del 1968. Ad un’altitudine superiore a 2.660 metri (8.730 piedi) sul livello del mare, Toluca era la più alta delle città,mentre Guadalajara era la più bassa a 1.500 m (4.920 piedi). Dei 5 stadi utilizzati per le 32 partite giocate, la sede più grande e più utilizzata fu lo stadio Azteca a Città del Messico, che ospitò 10 partite totali, comprese quelle del terzo e ultimo posto,più tutte le partite del Gruppo 1 (che includevano tutte le partite del Messico ospitante). Lo stadio Jalisco di Guadalajara ospitò 8 partite, incluse tutte le partite del Gruppo 3 e una semifinale. Il Nou Camp Stadium di Leon, ospitò 7 partite, le gare del Gruppo 4 e una partita dei quarti di finale. Lo stadio Luis Dosal di Toluca, ha ospitò 4 match,mentre lo stadio Cuauhtémoc di Puebla ha ospitò 3 gare ed è stato l’unico stadio dei 5 utilizzati per questo torneo a non ospitare alcun round ad eliminazione diretta. Il nono campionato del mondo, presentava alcune singolarità, per la prima volta vi erano presenti tutte le squadre che avessero vinto almeno una volta il campionato del mondo (ciò era già accaduto nel campionato mondiale del 1950 giocato in Brasile e in quello del 1954 giocato in Svizzera, dove erano presenti Uruguay e Italia, fino ad allora uniche vincitrici; ma qui il numero delle nazionali che si erano già fregiate del titolo di Campione salì a cinque). Anzi, tre su cinque delle Nazionali fino ad allora campioni (Brasile, Italia e Uruguay) avevano già vinto la coppa Rimet per due volte. Ad esse si aggiungeva l’Inghilterra, campione uscente, che aveva vinto quattro anni prima la Coppa in casa propria, di fronte alla Regina Elisabetta, battendo la Germania Ovest (già campione in Svizzeranel 1954) con un goal dubbio. Comunque sia, in semifinale arrivarono proprio tutte e tre le squadre bicampioni del mondo, per cui vi era un’alta probabilità che la Coppa Rimet potesse trovare un padrone definitivo proprio a México ’70, essendo tale coppa appannaggio della Nazionale che la vincesse per tre volte anche non consecutive.

Una seconda novità fu l’introduzione dei cartellini colorati per segnalare le ammonizioni ed espulsioni, volute dall’arbitro della “Battaglia di Santiago”, Aston. Una terza fu l’introduzione delle sostituzioni dei “giocatori di movimento” (per un massimo di due), che fino al 1966 non erano ammesse, essendo possibile la sola sostituzione del portiere in caso d’infortunio. Come avrebbe ricordato Gigi Riva molti anni dopo, quell’edizione del campionato del mondo non si distinse per particolari novità tattiche, essendo come il confronto tra quattro scuole la cui tradizione si era cristallizzata nel tempo: quella sudamericana di tipo più difensivistico, incarnata dall’Uruguay, quella brasiliana, ritmo, fantasia e tecnica, che vedeva in Pelé il migliore interprete, quella europea, nella versione più atletica impersonata dagli inglesi, campioni uscenti, e dai tedeschi, che ancora non avevano digerito la sconfitta del 1966 a Wembley, e quella più tattica del gioco all’italiana,che si basava su una difesa attenta e veloci contropiede. Outsider di lusso l’URSS, che già si era ben comportata all’ultimo mondiale e ben figurava nelle manifestazioni continentali (aveva già vinto il titolo di Campione d’Europa nel 1960, giungendo seconda dietro la Spagna nella finale di Madrid dell’edizione 1964, ed era stata superata dall’Italia in semifinale all’Europeo 1968 solo per sorteggio), ma vi erano pochi dubbi sul fatto che a disputarsi il titolo sarebbero state, alla fine, le “solite note”. In particolare, l’Italia guardava a questa edizione del campionato del mondo con rinnovata speranza, dal momento che se mai nel dopoguerra aveva passato il primo turno di qualificazione, tuttavia le nostre squadre di club avevano conseguito prestigiose vittorie nelle competizioni di coppa europee e intercontinentale. Se Quattro anni prima la nostra Nazionale era stata eliminata sorprendentemente al primo turno dei mondiali inglesi dalla Corea del Nord, due anni dopo raggiungeva con merito il primato continentale.

Nel 1958 gli azzurri furono esclusi dal campionato in Svezia perché battuti nella fase di qualificazione a Belfast dall’Irlanda del Nord, sconfitta decisiva che significò la mancata qualificazione. A dar fiducia alle speranze azzurre vi era, oltre alla recente conquista del campionato europeo del 1968, una generazione di giovani calciatori già assunti alle glorie in campo continentale e mondiale con i loro clubs: su tutti Gianni Rivera, campione d’Europa e del mondo 1969 con il Milan e Pallone d’oro 1969; Sandro Mazzola, due volte campione d’Europa con l’Inter altrettante volte vincitore della Coppa Intercontinentale, e inoltre Gigi Riva, cannoniere principe del campionato italiano, il quale da solo coi suoi gol aveva sospinto il Cagliari nella memorabile impresa di vincere lo scudetto 1969/70. Mancino naturale (tant’è vero che il suo allenatore al Cagliari, Manlio Scopigno, sosteneva il piede destro essergli utile solo per salire sul tram), per la sua potenza di tiro Gianni Brera coniò per lui il soprannome di Rombo di Tuono. La prima fase rispettò, sostanzialmente, i pronostici. L’Italia (sorteggiata in un gruppo con Uruguay, Svezia e Israele) si qualificò con uno sforzo minimo: esordì superando gli svedesi con rete di Angelo Domenghini, per poi pareggiare 0-0 contro la Celeste e gli israeliani. Tale girone, nonostante l’esiguo numero di gol segnati (sei, in altrettante gare), si rivelò il più competitivo avendo espresso due delle quattro semifinaliste. Anche le altre “big” confermarono le aspettative: Brasile, Inghilterra, Unione Sovietica e Germania Ovest passarono i propri raggruppamenti. A completare il quadro dei quarti di finale furono il Messico e il Perù. L’equilibrio del torneo permase anche nei quarti di finale, in cui la Germania Ovest consumò la propria vendetta ai danni dell’Inghilterra: sotto per 2-0 fino al 68′, i tedeschi furono capaci di rimontare lo svantaggio e di aggiudicarsi la gara nei supplementari.

Il Brasile, sia pur con qualche difficoltà, ebbe ragione del Perù (4-2) mentre l’Uruguay eliminò i sovietici con una rete al 116′ di gioco. Gli Azzurri, che furono abbinati ai padroni di casa, vinsero in rimonta sbloccando il proprio attacco: il gol subìto nei minuti iniziali venne ribaltato da un’autorete, una doppietta di Riva e una rete di Rivera. Furono le semifinali a costituire il vero “clou” della manifestazione, tanto che l’incontro tra Italia e Germania Ovest fu ribattezzato “partita del secolo” (teatro del memorabile evento fu l’Estadio Azteca della capitale). Gianni Brera, su Il Giorno del 18 giugno 1970, Nell’altra semifinale il Brasile, dopo essere andato in svantaggio, sconfisse l’Uruguay per 3-1. Avendo gli azzurri e i verdeoro vinto due Coppe del Mondo a testa, il trofeo sarebbe stato definitivamente assegnato domenica 21 giugno alla squadra campione. Nella finale per il 3º e 4º posto, la Germania Ovest vinse sull’Uruguay grazie al gol di Wolfgang Overath al 26′. Nella partita che assegnava il titolo, gli azzurri non partivano come favoriti, a causa della stanchezza accumulata nella semifinale aggravata dal grande caldo tropicale, con l’inizio della partita fissato a mezzogiorno. L’avversario poi era considerato la più forte squadra di tutti i tempi: il Brasile di Pelé che, oltre all’asso del Santos, schierava campioni come Jairzinho, Carlos Alberto Torres e Tostão. La tifoseria locale sostenne i brasiliani, poiché l’Italia aveva estromesso i padroni di casa. Nel primo tempo, al gol iniziale di Pelé (con uno stacco di testa, in anticipo aereo, su Burgnich) l’Italia rispose trovando il pareggio al 37′ con Boninsegna che, sfruttando una indecisione della difesa carioca, rimise in gioco le sorti dell’incontro con un gol segnato anticipando con decisione anche il suo stesso compagno di reparto Gigi Riva. Il secondo tempo, però, premiò i brasiliani; l’altitudine, il caldo e la stanchezza accumulata bloccarono gli azzurri, incapaci di reagire alle iniziative dei sudamericani che passarono per altre tre volte con Gérson, Jairzinho e Carlos Alberto. L’ingresso in campo di Rivera a tempo quasi scaduto (i sei minuti di Rivera) servì solo a riaccendere le polemiche, e non a riequilibrare una gara ormai dominata dai brasiliani. La Coppa Rimet andò al Brasile. Al ritorno in patria, a Fiumicino, i giocatori azzurri furono accolti con un’ovazione: a Ferruccio Valcareggi e all’accompagnatore Walter Mandelli vennero invece riservati insulti e lancio di pomodori.

Davide Piteo