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30 Maggio: Di Bartolomei, grande capitano

di Fabio PARIS

Ci sono giorni in cui ai ricordi più belli, alle gesta indimenticate, si mescolano nostalgia ed amarezza. E così, tra i sorrisi cullati da memorie di velluto, si fanno largo le domande ed i perché di quei gesti la cui comprensione resta vana al sentimento come alla ragione. È in questa fusione di cuore ed intelletto che va ricordato il grande Ago.

Ragioniere e motore del centrocampo di quella che fu una delle squadre più forti e belle, la Roma di Liedholm, in grado di riportare il tricolore nella Capitale giallorossa dopo 41 anni. Capace di lambire, l’anno seguente, il 30 maggio del 1984, il sogno europeo, perdendo ai rigori la Coppa dei campioni nella finale con il Liverpool, nel “suo” stadio Olimpico, con il capitano, Ago, in campo fino alla fine.

Agostino Di Bartolomei il suo rigore lo segnò (calciò il primo di quella serie, ndr) ma attese due lustri per gettare la spugna, sconfitto, forse più da se stesso che dalla vita e dai ricordi. Era il 30 maggio del 1994, ricorrenza beffarda, ed un colpo calibro 38 dalla sua Smith&Wesson, diritto al cuore, squarciò il sereno e tolse il capitano all’affetto dei propri cari e dei suoi tifosi. Un ricordo indelebile e troppo amaro, quella finale. Forse il nodo alla gola sempre più stretto, fino a soffocare, dalla vita e da quel mondo che troppo in fretta sembrava aver dimenticato il capitano buono.

In effetti era così, Di Bartolomei, un uomo grande, con i compagni di squadra, con la famiglia, con i suoi tifosi. Non faceva mancare niente a nessuno. Riempiva i vuoti con il suo carisma, con il suo talento, con la sua voglia di sacrificio. Forse troppo larghe quelle spalle, in grado di sopportare il malessere e le delusioni di tutti i suoi cari, i suoi amici, di un popolo intero. Finché il peso è divenuto insostenibile ed i rimorsi, come macigni, hanno finito per schiacciarlo.

Va detto che a Di Bartolomei fu negata la possibilità di rientrare, di allenare i giovani come desiderava, di crescere nuovi capitani all’insegna del suo essere romanista (lo fece comunque, a San Marco di Castellabate, in quella Salerno che lo adottò negli ultimi anni della sua carriera).
Questo forse fu il suo più grande rimpianto, più di quella finale, più di quel 30 Maggio che, a distanza di 20 anni, resta unico, indelebile e, purtroppo, tragico.

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