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Julio Velasco, elogio all’argentino che ci insegnò a stare in piedi

C’è un momento, nella vita sportiva di un Paese, in cui arriva qualcuno che non fa rumore, non alza la voce, non cerca la luce dei riflettori, eppure sposta l’asse della narrazione.

Julio Velasco è stato quel momento per l’Italia della pallavolo. E, in fondo, per l’Italia tutta. Un uomo, un maestro. Un allenatore, di vita prima ancora che di sport. Julio Velasco ha seminato la sua carriera di trionfi, ultimo ma non ultimo questo splendido Mondiale tailandese con l’Italvolley femminile che mancava dal 2002 e che arriva dopo lo storico oro olimpico a Parigi 2024. Ma più della gloria, nel suo percorso conta ciò che ha seminato. Con i fatti, con le parole. Insegnando, provando a capire, indicando un orizzonte.

Quando è arrivato da noi, nel lontano 1983, non portava titoli da copertina o frasi da slogan. Portava una cartellina, un accento argentino che metteva subito in chiaro che non era dei nostri — e proprio per questo poteva dirci certe cose senza il timore di offendere le “sensibilità locali”. Tipo: “Gli alibi sono per i perdenti.” Fine delle trasmissioni.

Chiunque abbia fatto sport almeno una volta nella vita (anche solo a livello di torneo scolastico in seconda media) sa che quella frase è una bomba. Perché toglie il terreno sotto i piedi. Non puoi più dare la colpa all’arbitro, al compagno scarso, al calendario infame. Ti resta solo da guardarti allo specchio. E non tutti sono pronti.

Velasco non allena solo la tecnica, ma la testa. Parlava di “gruppo” come fosse una creatura viva, fragile e potente allo stesso tempo. E riusciva nell’impresa titanica di convincere undici ragazzi (più staff e paese intero) che essere squadra non è farsi i complimenti su Instagram quando si vince, ma restare uniti quando si perde. Che è poi la parte difficile (l’unico a fare discorsi simili, da giocatore, era proprio Rino Gattuso, ora chiamato a fare uguale sulla panchina degli Azzurri). Egonu e compagne hanno saputo resistere alla pressione grazie a chi le ha messe in condizione di farlo. A un ct baluardo, che appena serve si fionda a difendere le sue pallavoliste come un leone. Senza scomporsi, mai esagerato, ma determinato e freddo per raggiungere l’obiettivo, dritto al punto.

Non faceva paternalismi, né bolsi discorsi motivazionali in stile TEDx. Era uno che conosceva il peso delle parole, e ne usava poche. Ma quelle giuste. Così, mentre l’Italia guardava ancora alla pallavolo come a uno sport “minore” (termine orribile), lui costruiva in silenzio una delle Nazionali più forti della storia. Non la “generazione di fenomeni” cresciuti negli anni ’80 a pane, Girelle e puntate di Mila e Shiro (che nome sbagliato, secondo lui) ma una squadra che vinceva perché funzionava.

E poi sì, ha vinto. E tanto. Europei, Mondiali, partite leggendarie che ci hanno fatto alzare dal divano anche se non sapevamo cosa sia una pipe o un bagher. Ma non è quello il punto. Il punto è come ha vinto. Senza protagonismi, senza teatrini. Senza sconti.

Velasco ha avuto il coraggio, raro, di parlare agli atleti come adulti. Non li proteggeva dal fallimento, ma li preparava ad affrontarlo. Perché perdere significa migliorarsi, significa crescere, significa perdere aspettando di vincere. Non cercava colpevoli, ma responsabilità. In un Paese che ha sempre avuto un certo talento nel fuggire da entrambe le cose, sembrava uno venuto da Marte.

E invece no. Veniva da La Plata. Città tosta, dove impari presto che le chiacchiere stanno a zero. Lì si forma un certo tipo di carattere, che riconosci subito anche se parla piano. Velasco lo aveva. E ce lo ha portato.

Oggi, che l’algoritmo ci consiglia sempre la scorciatoia, il trucco, il “perché fallire è sexy” (finché non capita a te), la sua voce suona ancora attuale. Anzi, necessaria. Perché ci ricorda che lo sport, così come la vita, non è una questione di motivazione, ma di metodo. Che il talento puro, senza applicarsi, è sopravvalutato. Che la cultura del lavoro è più rivoluzionaria di qualunque influencer motivazionale.

E che a volte, se perdi, la colpa è tua. E va bene così.

Velasco non ha mai preteso di essere un santone. Era – ed è – un allenatore. Di quelli veri. Uno che allena le teste delle persone prima ancora delle partite.

E se oggi l’Italia della pallavolo è rispettata, tifata, amata, è anche perché un argentino, trent’anni fa, ha avuto il coraggio di dirci una verità scomoda: che per vincere davvero, bisogna imparare a stare in piedi da soli. E a smettere di cercare scuse.

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