Nel mondo dello sport come in quello calcistico sentiamo sempre parlare di uno dei termini portanti della sfera sportiva e agonistica: il concetto di gruppo.
Qual è la sua definizione e cosa lo rende diverso da un semplice aggregato di persone? Quando il gruppo arriva a diventare una squadra? Secondo Umberto Galimberti nel Nuovo Dizionario di Psicologia (UTET) il gruppo viene inteso come un “insieme di individui che interagiscono tra loro influenzandosi reciprocamente e che condividono, più o meno consapevolmente, interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali”. Nel mondo della Psicologia Sociale il gruppo viene suddiviso in primario, secondario e di appartenenza rispetto al numero di individui che lo costituiscono ma si parla anche di gruppo interno ed esterno rispetto al processo di identificazione individuale e riconoscimento alla sfera di inerenza oppure di gruppo naturale o sperimentale connesso rispetto alla scelta del singolo di appartenere inconsapevolmente o volutamente ad un insieme studiato o prescelto di persone, e infine la distinzione tra gruppo formale o informale legato alla presenza di un insiemi di individui uniti sulla base o di regole ben strutturate e precise o in assenza totale delle stesse.
Nel mondo calcistico si parla di squadra come ad un sistema che è più del semplice insieme delle caratteristiche dei singoli atleti, è un insieme con proprie peculiarità e funzioni, un tutt’uno con regole, modalità di pensiero e interazione, potere di influenzamento e d’azione che la contraddistinguono. Nel calcio femminile come in quello maschile il gruppo inizialmente rientra nella dimensione della membership dove l’interazione è la chiave che permette alle calciatrici di interagire fra loro trovando iniziali somiglianze e differenze intorno alle quali si generano coesione e senso di appartenenza. All’interno di questo campo ciascuna calciatrice riesce a soddisfare però solo i propri bisogni individuali e non ancora quelli di gruppo che sono legati all’autostima, alla propria identità e alla sicurezza. Successivamente, con il passare del tempo e con l’aumento dello sviluppo gruppale, il team passa nella fase di groupship riconoscendo la reciproca interdipendenza tra le atlete e con essa il passaggio dalla coesione allo scambio: ogni calciatrice dipende dall’altra collega e ognuna è legata all’insieme nella sua totalità. Il bisogno da soddisfare non sarà più individuale ma collettivo dove il senso di appartenenza, il legame alla maglia e allo staff abbracciano le norme, i valori sportivi e la cultura organizzativa della propria società.
Quando ciascuna calciatrice arriva a raggiungere un buon equilibrio fra bisogni individuali e di gruppo, il team è predominato dalla collaborazione reciproca e dal completamento dove ognuna di loro sente il bisogno di esprimersi, confrontarsi con la collega e arrivare anche alla negoziazione; questa nuova dimensione richiede dispendio e costo di energie che sono però amalgamate all’interno del team. Concetti come obiettivi, fiducia, condivisione di ruoli, metodi, comunicazione, clima e sincronia sono le fondamenta per diventare una grande squadra performante.
“Un gruppo costituito dai migliori e più forti giocatori non fa necessariamente squadra” con queste parole Marcello Lippi dimostra che non sono le singole personalità a sviluppare un team ma il gruppo per essere tale e arrivare anche ad essere vincente deve avere alla base obiettivi chiari e gradualmente elevati, una struttura agonistica guidata dai risultati e dal lavoro silente e continuo, un clima prevalentemente collaborativo (l’aria che si respira all’interno dello spogliatoio), supporto e riconoscimento esterno, impegno unanime ed unificato, massima concentrazione e condivisione di idee e vedute fino ad arrivare alla capacità di ogni singolo calciatore di divertirsi mentre si sta allenando e giocando, componente quest’ultima spesso sottovalutata nel mondo professionistico.
La stessa enfasi viene trasmessa da Josè Mourinho che in un’intervista dice: “La squadra che voglio è quella in cui, in un determinato momento e di fronte a una determinata situazione, tutti i giocatori pensano in funzione della stessa cosa simultaneamente: questo è gioco di squadra, questa è organizzazione di gioco!”; da queste parole emerge quello che è il vero “egoismo di squadra”, ovvero la consapevolezza che il proprio ruolo singolo è decisivo per l’ottenimento del risultato di team. Ogni calciatore deve avere la sensazione di aver fatto qualcosa, aver contribuito in maniera preponderante al raggiungimento dell’esito. E’ importante riuscire ad incrementare e potenziare costantemente all’interno di ogni società sportiva una mentalità vincente condivisa e spartita attraverso un linguaggio comune e semplice fra tutti i giocatori, favorendo così una rappresentazione mentale di squadra tanto potente da dominare su quelle individuali.







