La motivazione come resilienza sportiva

L’uomo non è una macchina statica e passiva ma è in continua evoluzione, dinamicità e tensione verso la ricerca di un miglioramento teso al raggiungimento di uno stato desiderato. Nel mondo sportivo come nel calcio questo fattore prende il nome di attivazione, ovvero la passione che guida le attività e i movimenti dell’atleta, il motore motivazione, la massima espressione di manifestazione emotiva che permette al calciatore di visualizzare e superare i propri limiti, di allenarsi costantemente e duramente, di proseguire nella sofferenza agonistica e di ricominciare anche dopo un infortunio.

L’attivazione è una forza interiore che nutre e alimenta quotidianamente i sogni dei calciatori, sviluppa e indirizza i loro atteggiamenti, genera armonia ed equilibrio nel fare e dirigersi verso l’esperienza desiderata.

“Da bambina quando mio fratello gemello Matteo entrava in campo seguivo la partita attaccata alla rete di recinzione per guardarlo giocare da vicino; ogni volta che usciva il pallone sistematicamente correvo per andare a raccoglierlo e poter essere io a calciarlo, tanto che il mister guardandomi rimase colpito dalla mia passione e così mi offrì di provare con la squadra. Da allora non ho mai più smesso di giocare a calcio”; attraverso queste parole espresse da Martina Rosucci, centrocampista della Juventus e della nostra nazione italiana, viene descritta l’enfasi estrema dell’attivazione.

Non a caso l’attivazione viene definita anche come energia vitale, fonte energetica dell’azione umana, forza psicologica motivazionale capace di orientare e dirigere l’atteggiamento integrando gli aspetti biologici innati e gli obiettivi di ordine cognitivo; ciò è legato al grande tema dell’automotivazione (motivazione intrinseca) che nasce da aspetti propriamente interni legati al concetto di bisogno, consapevolezza e sicurezza. La motivazione intrinseca si distingue da quella estrinseca per l’esistenza di fattori interni della persona che determinano la direzione e l’intensità delle azioni. Nessuno può motivarci se non noi stessi, soltanto un ascolto attento e rispettoso dei nostri reali desideri e bisogni, delle nostre parti più o meno oscure, accompagnate da una sincera disponibilità ad apprendere nuove strategie e nuovi schemi conoscitivi, possono fornire quell’energia e quella spinta a raggiungere lo stato desiderato personale e soprattutto professionale.

Lo sa bene la giovanissima Lieke Martens, attaccante del Barcellona e della nazionale olandese, vincitrice del Best FIFA Women’s Player come migliore calciatrice del 2017 e soprannominata la “Messi del calcio femminile” che in un’intervista dice: “Da piccola non avevo modelli femminili a cui inspirarmi e non potevo seguire le orme di nessuna che avesse fatto quello che in realtà volevo fare io. Sognavo di giocare nella mia squadra del cuore, lAjax maschile, ma per una ragazza era impossibile. Io non potevo, ma volevo solo giocare a calcio ogni momento. Oggi tutte le bambine possono vedere la strada che conduce alla vetta perché hanno modelli femminili a cui inspirarsi, possono sognare di arrivare un giorno a giocare per un grande club”. Da queste parole emerge la forte consapevolezza e sicurezza che Lieke ha avuto sin da quando ha mosso i primi passi nel mondo del calcio, la fiducia nelle proprie abilità senza icone o modelli di riferimento dalla quale prendere esempio, la consapevolezza di sviluppare una connessione tra il suo stesso corpo e la sua mente, di essere nello stesso tempo osservatrice e protagonista attiva dei suoi stessi successi.

Lo sa bene anche Milena Bertolini, allenatrice della Nazionale Italiana dal 2017, che in un’intervista rilasciata nel 2020 a Redazione 11, ha raccontato la sua straordinaria carriera ultra trentennale, prima come giocatrice e poi come tecnico, dimostrando quanto la motivazione intrinseca possa essere un arma fondamentale nel calcio femminile per raggiungere i propri traguardi, anche quelli più tortuosi e inarrivabili: “La passione per il gioco è nata in maniera naturale dentro di me, la mia famiglia se ne è accorta fin da quando ero piccola e mi ha sempre sostenuto; da bambina il calcio era un gioco con cui potevo divertirmi e basta, ma poi durante l’adolescenza ho iniziato a trovare difficoltà, a sentire giudizi densi di stereotipi! Tutto inizia da noi, di solito siamo proprio noi donne a farci più problemi, a porre ostacoli sul nostro cammino, anche quando non esistono. Da allenatrice dico alle ragazze che tutto parte dal mettersi in gioco per un proprio obiettivo, insegno a mettere il proprio talento individuale, talento alla quale bisogna saper dare sempre fiducia”.#SportMind: Inizia oggi una nuova rubrica dedicata alla psicologia nello sport. Ogni settimana affronteremo tematiche legate alla psicologia applicata al mondo calcistico femminile, affrontando cose quotidiane sportive e confrontandole con le prestazioni delle nostre giocatrici nel campionato italiano. A cura di Silvia Magrone

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Silvia Magrone

Rubrica Sport Mind